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chiacchiere di attualita' e politica italiana ed internazionale


LEZIONI DI POTERE


18 dicembre 2003

da LEZIONI DI POTERE di NOAM CHOMSKY

estrapolato da:AMBIZIONE IMPERIALE, intervista di David Bersamian   (5/2003)

 

D. Come sono percepite a livello locale l’invasione e l’occupazione dell’Iraq?

 

R. In quell’area, come in tutto il resto del mondo, l’invasione e l’occupazione vengono percepite correttamente, per quello che sono, e cioè una sorta di prova generale per imporre una regola nell’uso della forza militare, e questa regola è stata decisa lo scorso settembre. Lo scorso settembre infatti è stata resa pubblica la Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America. E’ stata presentata una dottrina concernente l’uso della forza che ha caratteri avventurosi ed estremi. E’ difficile non notare la coincidenza temporale con i rulli di tamburo per la guerra in Iraq. Ed anche con l’inizio della campagna congressuale. Tutte cose che si tengono fra loro.

La nuova dottrina non è quella di una guerra che anticipa un attacco, che al limite può rientrare in una qualche libera interpretazione della Carta delle Nazioni Unite. No, è qualcosa che non ha nessuna base nel diritto internazionale, è la cosiddetta “guerra preventiva”. La dottrina, se ben ricordi, era che gli Stati Uniti avrebbero governato il mondo con la forza e nel momento in cui avessero percepito una qualche sfida al loro dominio, anche se l’avessero percepita a distanza, inventata, immaginata, qualunque cosa, si sarebbero arrogati il diritto di attaccare prima ancora che quella sfida diventasse minaccia. Questa è guerra preventiva, non è una guerra che anticipa un attacco.

Quando vuole stabilire una dottrina, uno Stato potente impone ciò che viene chiamato una nuova regola. Non è una regola che l’India invada il Pakistan per porre fine ad atrocità mostruose. Ma è una regola che gli Stati Uniti bombardino la Serbia con dubbie motivazioni. Questo è il significato del potere.

Per stabilire una nuova regola bisogna fare qualcosa. La cosa più facile è scegliere un bersaglio privo di difese che la potenza militare più forte della storia possa schiacciare facilmente. Tuttavia, per farlo in modo credibile, almeno agli occhi della gente, devi creare un clima di paura. Il bersaglio privo di difese essere trasformato in un’imponente minaccia alla tua sopravvivenza, devi addossargli la responsabilità dell’11 settembre, devi dire che ci sta attaccando nuovamente. Dallo scorso settembre è iniziata una campagna, sostanzialmente riuscita, perché gli americani si convincessero, unici al mondo, che Saddam Hussein non era solo un mostro, ma una minaccia alla loro esistenza. E’ stato questo il senso della risoluzione del Congresso di ottobre e, da allora, di molte altre cose. Ed è evidente dai sondaggi. Ormai circa la metà della popolazione è convinta che Saddam Hussein sia il responsabile dell’11 settembre.

Sono tutte cose legate tra loro. E’ stata dettata una dottrina. E’ stata stabilita una regola prendendo un caso molto semplice. La popolazione è stata gettata nel panico: unica al mondo, crede nelle fantasie che le vengono propinate e considera quindi giusto appoggiare, per legittima difesa, l’uso della forza militare. Nel momento in cui credi alle fantasie che ti raccontano, ti convinci davvero che si tratta di legittima difesa. Siamo di fronte ad un esempio di aggressione da manuale che si propone di estendere l’ambito di ulteriori aggressioni. Una volta che il caso più semplice abbia avuto successo, si potranno prendere in considerazione casi più difficili.

Queste sono le ragioni principali per cui gran parte del mondo s’è opposta fortemente alla guerra. Non si tratta solo dell’attacco all’Iraq. Molte persone lo hanno percepito correttamente, per come davvero è stato, e cioè “farai meglio a stare attento perché altrimenti arriviamo”. Questo è il motivo per cui oggi gli Stati Uniti vengono visti, probabilmente dalla stragrande maggioranza della popolazione mondiale, come la più forte minaccia alla pace nel mondo. In un anno Gorge Bush è riuscito a trasformare gli Stati Uniti in un paese temuto, disprezzato e persino odiato.

 




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17 dicembre 2003

da LEZIONI DI POTERE di NOAM CHOMSKI

estrapolato da:AMBIZIONE IMPERIALE, intervista di David Bersamian all'autore

D: Con il deterioramento dell’economia statunitense, con i licenziamenti, con la guerra permanente e l’occupazione di diversi paesi, come farà l’amministrazione Bush a mantenere quello che alcuni chiamano uno "Stato guarnigione"? Come ci riusciranno?

R: Devono riuscirci per altri sei anni circa. Per allora sperano di aver istituzionalizzato programmi fortemente reazionari. Avranno lasciato l’economia in uno stato pietoso, con un deficit enorme, molto di più rispetto agli anni ottanta. E allora sarà un bel problema rimettere insieme i cocci. Nel frattempo avranno – loro sperano – indebolito i programmi sociali e diminuito la democrazia, che naturalmente detestano, vogliono che le decisioni siano tolte all’arena pubblica e messe in mani private. E l’avranno fatto in modo che risulterà molto difficile da sbrogliare. Lasceranno un’eredità penosa e complicata. Ma solo per la maggioranza della popolazione. Gli altri se la passeranno come banditi. Su per giù come è successo negli anni di Reagan. E’ la stessa gente dopotutto.

Dal punto di vista internazionale sperano, attraverso la forza e la scelta della guerra preventiva, di istituzionalizzare la dottrina del dominio imperiale. Oggi le spese militari Usa superano probabilmente quelle di tutto il resto del mondo messe insieme. In questo campo sono avanzatissimi e si stanno estendendo in direzioni molto pericolose, ad esempio nello spazio. Sono convinti che non ha alcuna importanza cosa accadrà all’economia americana, perché la forza militare darà loro una potenza così schiacciante che la gente sarà costretta a fare quel che dicono loro. (continua)




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16 dicembre 2003

da LEZIONI DI POTERE di NOAM CHOMSKY

Estrapolato da:AMBIZIONE IMPERIALE intervista di David Bersamian all’autore.

 

D. Pensi che l’Europa e l’Asia orientale possano emergere come poteri contrapposti a quello statunitense?

R. Stanno sicuramente emergendo. Non c’è dubbio che l’Europa e l’Asia siano potenze economiche grosso modo alla pari con il nord America, potenze che hanno interessi propri che non sono semplicemente quelli di seguire gli ordini statunitensi. Però sono strettamente legati. Il settore imprenditoriale in Europa, negli Stati Uniti e in gran parte dell’Asia è molto unito, ha interessi comuni. Ci sono invece interessi separati – e questo crea problemi che vanno nel senso inverso – specialmente per quanto riguarda l’Europa.

Gli Stati Uniti hanno sempre avuto un atteggiamento ambivalente nei confronti dell’Europa. Volevano fosse unita per diventare un mercato più efficiente per le multinazionali statunitensi, perché ne fosse avvantaggiata l’economia di scala. Contemporaneamente si sono sempre preoccupati che l’Europa potesse muoversi in un’altra direzione. Molte questioni legate all’entrata dei paesi dell’Europa orientale nell’Unione Europea hanno a che vedere con queste ragioni. Gli Stati Uniti sono decisamente favorevoli perché sperano che questi paesi, più esposti all’influenza statunitense, possano indebolire il cuore dell’Europa, costituito da Francia e Germania, i grandi paesi industriali, che tendono a muoversi in direzione per qualche verso indipendenti.

Sullo sfondo c’è anche il vecchio risentimento statunitense nei confronti del sistema sociale europeo, che fornisce indennità, stipendi e condizioni di lavoro decenti. E’ molto diverso dal sistema statunitense. Gli Usa non vogliono che questo modello esista, lo considerano pericoloso. Secondo loro fa venire strane idee alla gente. E’ stato esplicitamente detto che l’ingresso dei paesi del blocco orientale, dove si hanno stipendi bassi, condizioni di lavoro repressive e così via, potrebbe compromettere gli standard sociali e di lavoro dell’Europa occidentale, e questo sarebbe un grosso vantaggio per gli Stati Uniti.                                             (continua) 




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