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chiacchiere di attualita' e politica italiana ed internazionale


interno


26 maggio 2005

PRODI, un "democristiano" contro la democristianità

Da queste parti si è sempre espresso apprezzamento per il Professore, sia dal punto di vista tecnico che politico e le ultime vicende rafforzano ancora di più la nostra opinione.

 

Prodi ha  idee chiare sul progetto politico e sul risanamento economico del Paese e chiari sono i suoi obiettivi.

La possibile vittoria alle prossime politiche e cinque anni di governo di “risanamento e rilancio”, abbandono della leadership passando il testimone ad un attuale diessino. Questo la maggioranza dei Ds l’hanno capito ed è il motivo della convinzione sulla Sua leadership.

Dal punto di vista politico l’obiettivo primario del Professore sta nel creare ormai più che l’embrione di un partito unico della sinistra moderata e nello stesso tempo creare una base stabile e fedele al leader, in modo da evitare i “trappoloni” come quello del 1998.

 

Dall’altra parte sono ben chiari anche gli obiettivi dei democristiani vecchi e nuovi, obiettivi identici anche se con motivazioni diverse.

Rutelli “tiene famiglia” e la sua riesce ad essere comprensibile solamente come scelta di visibilità.

Altra faccenda è la scelta dei vari De Mita e Marini.

Marini rimane fedele alla sua linea. già artefice della caduta di Prodi del ’98, non poteva “permettersi” il successo di quel Governo, successo che avrebbe portato il Professore ad un predominio politico con danni irreparabili al sogno della risondazione democristiana.

La  scelta di un ritorno al blocco di centro è forte.

L’intrusione del fattore B sta volgendo al termine e si stanno preparando i piani per ricompattare tutte le anime DC, di destra e di sinistra, per sferrare il colpo mortale al bipolarismo che, seppur ancora non perfetto (usando un eufemismo), ha iniziato il proprio cammino.

Tutto questo Prodi lo ha capito e lo hanno capito tutti i centristi e per questo motivo la battaglia che è appena iniziata non è un fatto solamente interno all’Ulivo ma è una battaglia per poter sperare di vivere in un Paese diverso da quello che abbiamo.

Il pericolo democristiano incombe nel Paese.




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22 dicembre 2004

CACCOLE E ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA

Una delle cose comuni al regno animale è l’istinto di sopravvivenza,


istinto fondamentale fin dagli albori della vita.


Con l’evoluzione dell’essere umano e l’accrescimento dell’intelligenza questo istinto perde la sua priorità a beneficio della razionalità.


Negli umani resta ancora fondamentale nel cucciolo ma, mano a mano che cresce può diventare addirittura negativo per le relazioni sociali.


 


L’istinto di conservazione


agisce in modo molto semplice.


E’ convinto che per salvarsi c’è


bisogno di tutte le energie,


quindi continua a ripeterti:


“SE CE LA METTI TUTTA


TI PUOI SALVARE”


 


E’ CONVINTO CHE PER


SOPRAVVIVERE DEVI


STARE SEMPRE A


DIFENDERTI


 


Puoi essere sotto un bunker


con cibo per 100 anni e una


persona che ti ama e


l’Istinto di Sopravvivenza


continua a ripeterti:


“Ci sono i bisonti, stai all’erta!”


“Ci sono i bisonti, stai all’erta!”


e tu senti che c’è qualcosa che non va e magari dai la colpa a te stesso o all’altra persona.


Bisogna imparare a riconoscere queste reazioni e osservarle.


Sono all’origine di continue tensioni, mentali, muscaloari ed emotive. Il comportamento dissennato dell’Istinto di Sopravvivenza è anche motore delle difficoltà nel provare piacere.


 


Infatti


l’Istinto di Sopravvivenza è convinto che per sopravvivere ha sempre bisogno di tutte le energie disponibili. Quindi spegne i sistemi biologici non indispensabili in un momento di pericolo.


La prima cosa che viene spenta sono i


   RICETTORI DEL PIACERE


 


Ma l’Istinto di Sopravvenienza provoca anche altri disastri, il primo, di notevole importanza è:


PERDITA DEL SENSO DI

 

COMUNIONE CON

 

L’UNIVERSO;


VIVI IL MONDO COME UNA MINACCIA

 

E FINISCI IN SOLITUDINE.



Quando l’Istinto di Sopravvivenza viene trasferito in politica i danni sono enormi, non per il singolo ma per l’intera comunità.


Analizziamo la situazione a sinistra, dove negli ultimi dieci anni ne ha provocati e continua a provocarne ora.


Non ci si rende conto che ultimamente il mondo è cambiato, che la società è cambiata, che la politica è cambiata e che, quindi, devono cambiare anche i “politici”.


Alcuni partiti e leader minori l’hanno capito e fanno rientrare tutto in una normale dialettica, altri no.


Il nostro buon Marini, uno degli artefici della caduta del Governo Prodi e della consegna delle chiavi di Casa all’attuale Premier.


L’On. Rutelli che ormai da tre anni dice tutto e il contrario di tutto, si profonde in incomprensibili assoli lasciandoci nell’incertezza di dover vedere una novella DC o che altro.


Non capisco ancora la necessità di un partito dei Verdi ( ah! che nostalgia di quando erano ancora un movimento vicino ai Radicali, che allora erano Radicali), non capisco la differenza con la sinistra ecologista all’interno dei Ds e non capisco cosa fanno e cosa hanno fatto.


Due partiti comunisti, unico caso al mondo, e se c’era una logica al momento della divisione nel 1998, non se ne capisce l’utilità attuale.


La nostra mente vaga e pensa con invidia alla Gran Bretagna: un unico partito che raccoglie in sé la sinistra moderata e quella più oltranzista, dai liberaldemocratici ai troschisti, dai margheritini ai rifondaroli di casa nostra.


Ma qui le poltrone in prima fila sono molto più ambite ed è difficile abbattere gli italici vizi.


 




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2 dicembre 2004

IMPOSTE O TASSE?

Capisco l’entusiasmo della maggioranza nel presentare

la “epocale riduzione delle tasse”,

non capisco il tifo da stadio dei suoi sostenitori, cittadini normali,

nel commentare.

 

Il riordino delle aliquote fiscali dell’Irpef è solamente una misura

di facciata che servirà al Nostro per presentarsi alle prossime

elezioni come quello che mantiene le promesse, se le perderà

la patata bollente passerà alla sinistra, se le vincerà pazienza,

confida nella sua buona stella e per un “politico” che vive alla

giornata, chi vivrà vedrà.


Per essere chiari, non c’è nessuna diminuzione delle tasse.

La revisione al ribasso delle aliquote Irpef porta risparmi di

imposte dirette solamente al 40% dei contribuenti, di entità

irrisorie ( a me ci escono 6 sigarette al giorno ) e percentualmente

più favorevole ai redditi alti.

Per contro si ha un aumento di alcune imposte indirette (tasse)

e accise, non si sono creati strumenti per favorire lo sviluppo,

gli esigui risparmi non favoriranno l’aumento dei consumi, in

un Paese con una endemica evasione fiscale gigantesca l’assioma

meno tasse meno evasione è impensabile e la diminuzione

degli sprechi annunciando 75000 dipendenti in meno è tutta da

valutare, sono venti anni che si fanno i proclami, ma una volta lo

chiamavano blocco del turn over adesso gli si da un nome diverso.


Allora perché tanto can-can per una manovra ininfluente e dannosa?

 

Il primo motivo è per non perdere la faccia, e per una persona

abituata a far credere alla gente che Cristo è morto dal freddo

ed era il padrone delle legne ( i suoi ci credono…)

questa era l’unica scappatoia.


Il secondo motivo va ricondotta alla politica economica del

Governo ( anche se non si vede, in fondo in fondo c’è ).

Si vuole seguire la strada dell’iperliberismo statunitense e

della politica reaganiana (diocenescampieliberi) non pensando

che l’Italia e l’Europa sono completamente diverse.

Un primo assaggio si è avuto con la mancanza di controllo

(voluto) sui prezzi all’indomani dell’introduzione dell’Euro:

inflazione alta e tassi bassi erodono il debito pubblico, non

si fanno interventi strutturali e i cittadini, senza saperlo, pagano

ancora una volta il debito pubblico.

Questa politica è stata chiaramente sponsorizzata dall’On. Tremonti

già dal 1994 ed è seguita negli Usa (utilizzando la moneta) per

diminuire il loro ingente debito, la differenza è che questo lo paga

il resto del mondo.

Per quanto riguarda la fiscalità, ha ragione lui quando dice che

è una svolta epocale.

C’è il rischio di aver iniziato un circolo vizioso che va ad intaccare

il principio di solidarietà creato con l’imposizione progressiva,

aumentando le imposte indirette e diminuendo quelle dirette,

privilegiando i redditi alti  a dispetto della tassazione sui consumi,

i metodi della destra economica più becera.


La vera riforma fiscale è ridurre le imposte recuperando i

60 miliardi di euro di evasione stimata ogni anno, ma questo

in Italia sarebbe chiedere troppo.




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9 novembre 2004

LE VITTIME FANTASMA del conflitto iracheno

di GUIDO RAMPOLDI

Da come s'erano messe le cose in Iraq, al comando americano probabilmente non restava altro

che lanciare l'attacco su Falluja, roccaforte d'una guerriglia mortalmente efficace e di mese in

mese più aggressiva. Ma si converrà che una battaglia urbana in una città dove rimangono almeno

settantamila abitanti, non è il modo migliore per convincere il mondo che la seconda presidenza di

George W. Bush sarà diversa dalla precedente. Né il viatico ideale per quella Conferenza

internazionale che alla fine del mese dovrebbe dirci se v'è una minima disponibilità degli Stati

musulmani a imbarcarsi nell'avventura irachena sfidando le proprie opinioni pubbliche.

Ovviamente gli ottimisti possono sperare che la caduta di Falluja indebolisca di molto la guerriglia.

Ma non meno disastrosa per la Coalizione sarebbe una vittoria militare raggiunta al prezzo di una

strage di civili, in una città dove già sarebbero decine le famiglie azzerate dall'aviazione americana.

Se questo sarà l'esito però non lo sapremo, o almeno mai con aritmetica certezza, perché il comando

d'una Coalizione cui anche l'Italia partecipa "non conta i corpi", come ripete il generale in capo

Tommy Franks. Non li conta, come invece gli imporrebbe la Convenzione di Ginevra, e i governi

alleati si guardano bene dal chiederlo. Eppure a questo punto non è secondario sapere quanti ne

hanno ammazzati, per usare un linguaggio senza fronzoli. Secondo l'attendibile Human Rights

Watch la guerra del Kosovo provocò la morte di 500 civili durante il conflitto, cui andrebbero

aggiunti i 1.500 serbi uccisi dall'Uck nei diciotto mesi successivi. Secondo l'attendibile rivista

scientifica The Lancet, l'invasione dell'Iraq ha provocato, fino al settembre scorso, 98mila morti

(di cui oltre la metà donne e bambini), in parte massacrati da una guerriglia dai metodi ripugnanti,

ma in maggioranza uccisi dall'aviazione Usa. E forse il peggio deve ancora venire. The Lancet la

definisce una stima per difetto. Trattandosi d'una proiezione statistica in teoria è possibile che,

all'opposto, sia sbagliata per eccesso. Ma che i morti siano 98mila oppure "soltanto" 16mila,

come vorrebbero altri studi, è incontestabile il giudizio che conclude l'articolo di Lancet: se con

mezzi limitati in quattro settimane un nostro piccolo team è riuscito a formulare una stima per

approssimazione, a maggior ragione la Coalizione, che ha ben altre possibilità, ha il dovere d'indagare.

Non può rifiutarsi di contare i corpi.


Perché invece rifiuti, è domanda che qualcuno dovrebbe porre anche al nostro governo.

Quest'ultimo sostiene che la missione a Nassiriya ha un profilo più "umanitario" che militare,

volendo intendere che non portiamo alcuna responsabilità per quanto fanno i marines.

Curioso modo di ragionare. Quella italiana non è una presenza autonoma: siamo dentro

una coalizione, dunque condividiamo colpe e meriti con gli alleati. Formalmente e sostanzialmente,

siamo corresponsabili. Inoltre il governo italiano è un zelante sostenitore europeo dell'amministrazione Bush.

Al tempo dell'invasione soltanto la saggezza del Quirinale, i limiti posti dalla Costituzione alle nostre

proiezioni militari all'estero, e l'ostilità del Papa al conflitto, costrinsero Roma ad un ruolo più modesto,

o almeno più discreto, di quanto sarebbe piaciuto a Forza Italia. Di recente il Washington Monthly ha

raccontato, non smentito, d'una riunione del dicembre 2001 tra Antonio Martino e un neocons americano,

Michael Ledeen. Che questi e Martino abbiano davvero discusso di come fomentare un'improbabile

sollevazione in Iran, come sostiene il mensile, è quasi irrilevante rispetto al fatto che un ministro italiano

abbia accettato un incontro d'alto profilo (da qui la presenza del capo del Sismi, Pollari) con un semplice

consulente del Department of Defence, però a lui collegato dalla stessa fede politica. Qui non è in

discussione la figura di Martino, che anzi diede anche prove di correttezza istituzionale, quanto la

relazione atipica tra governo Berlusconi e amministrazione Bush. Dove il primo è organico all'ideologia

della seconda, ne ha sposato le tesi e ne ha servito la causa grossomodo con la stessa disciplina

con cui i Paesi satelliti servivano l'Unione sovietica.

Un anno e mezzo dopo siamo un alleato assai poco convinto, se non proprio l'ascaro neghittoso

d'una coalizione in cui il comando americano fa e disfa a suo arbitrio. Ma avendo impostato sulla

"relazione speciale" con gli Usa la nostra politica estera, inclusa la battaglia per non essere declassati

in un Onu riformato, potremo andarcene dall'Iraq solo quando l'amministrazione Bush lo permetterà.

Forse presto, se ci fidiamo delle rassicurazioni di Martino e Frattini. Forse non così presto come si

vorrebbe far credere, se consideriamo la micidiale progressione degli attacchi alla Coalizione. In

ogni caso troppo tardi per poter rifiutare il peso di quei morti iracheni che nessuno vuole contare.

Anche la guerra più giusta comporta un certo numero di innocenti uccisi, a patto che infliggere quel

prezzo spaventoso aiuti una causa universale e nobile. Si può dire questo dell'Iraq? E davvero l'aver

partecipato all'avventura gioverà all'interesse dell'Italia, oppure anche Roma dovrà scoprire, come

già i britannici dai diari di Kissinger, che le "relazioni speciali" di Washington sono mutevoli, perché

dettate da mutevoli convenienze?

Per adesso val la pena di chiedersi se il tenace silenzio della Coalizione sui civili uccisi in Iraq rimandi

solo alla volontà di negare che l'invasione sia stata un disastro, oppure anche a qualcosa di più profondo.

I cinquecento serbi uccisi dai bombardamenti Nato hanno impressionato le nostre opinioni pubbliche

assai più delle migliaia di iracheni morti in questi diciotto mesi. Per la stessa ragione sappiamo dei

seimila spagnoli morti nel bombardamento di Guernica (1937) ma ignoriamo i seimila marocchini

uccisi dodici anni prima a Xauen dall'aviazione francese. Siamo per questo egoisti e crudeli come

c'immaginano tanti musulmani? No: è costume d'ogni società umana riconoscere il Male solo quando

colpisce qualcuno in cui riusciamo a identificarci. Questo vale anche per quei governi europei che

non consideravano degne di difesa le vittime di Saddam, e per i non pochi musulmani che si rallegrano

quando un assassino ammazza bambini israeliani. Ma c'è un aspetto curioso. La Coalizione in Iraq

si rappresenta come un'alleanza di democrazie liberali, nella versione più esuberante espressione della

civiltà cristiana (o "giudaico-cristiana", entità non del tutto evidente agli ebrei vissuti in Europa dal

Medioevo al 1945). Queste democrazie, o questa civiltà, avrebbero un tratto distintivo: un forte

senso dei diritti umani, filiato dal giusnaturalismo cristiano e introvabile in altre culture. Ma se siamo

tutti liberali, tutti figli di Grozio e Kant, perché questa suprema indifferenza per quei morti di cui

neppure vogliamo conoscere il numero? Eppure la Convenzione di Ginevra, ricorda The Lancet,

impegna la Coalizione a proteggere la popolazione del Paese occupato. E lo Statuto di Roma della

Corte penale internazionale, di cui proprio l'Italia fu promotrice, proibiscono le azioni militari in cui

v'è una palese incongruenza tra lo scopo militare e il rischio di ammazzare civili.

Nel 1944, dopo l'inutile bombardamento a tappeto d'Amburgo, la meno colpevole tra le città

tedesche, il vescovo George Bell ricordò polemicamente ai Lords che "sopra la nostra bandiera

si staglia la parola "Legge"". Non fu ascoltato: ma almeno Churchill vinse la guerra e fermò il

nazismo. Malgrado la cacciata di Saddam, in Iraq la vittoria della Coalizione non è affatto

certa e quella parola, "Legge", non è visibile al centro della sua bandiera. Il giorno in cui scoprissimo

che la morte di migliaia di iracheni è stata totalmente inutile, nessuno venga a dirci che un fiasco

così spaventoso dipese dagli errori ?tecnicì commessi dai generali. L'errore fu l'invasione, e chi la

volle, incluso il governo Berlusconi, in quel caso dovrebbero assumerne la responsabilità. Ma a

parte l'onesta autocritica di Galli della Loggia e poco altro, la destra interventista non pare affatto

disponibile ad ammissioni dolorose. E' una destra che si sta scoprendo "cristiana", ma in senso etnico,

a' la Tudjman. E che abbia scarsa dimestichezza con Grozio, Kant e i diritti umani, ce lo conferma la

sua granitica indisponibilità a "contare i corpi", cioè a fare i conti con un esito prevedibile a chiunque

avesse un minimo di dimestichezza con quella cosa molto complicata che è una guerra.

(9 novembre 2004)




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3 novembre 2004

QUALUNQUISTI E DEMAGOGHI?

 



Mi ha colpito una frase di Watergate nell ‘intervista a Raissa:



“…con la riforma Costituzionale la CDL abbassa davvero il numero



dei deputati, una manna per i qualunquisti d’Italia.”



 



Questo ritornello è sempre stato detto dai politici ogni volta che qualcuno



parlava di eccessivo numero di deputati e senatori, di privilegi assurdi o



di troppi soldi nelle loro tasche. L’argomento è quasi intoccabile.



 



Mi stupisce che certe cose vengono dette da un normale cittadino, come



credo sia Water.



 



L’Italia ha un numero di rappresentanti quasi il doppio di quelli degli Stati Uniti



e con una popolazione di quasi un quinto.



 



Paghiamo, con le nostre tasse,  il cinema, il teatro, la piscina, la palestra,



il viaggio in treno ed in areo a tutta la famiglia.



I bilanci di Camera e Senato sono di alcuni mila miliardi espressi in lire,



la presidenza Violante affittò un lussuoso palazzo per poter dare a ogni deputato



un ufficio personale, 630 uffici più annessi e connessi.



 



I Deputati europei sono i più pagati, circa il doppio della media degli altri Paesi,



con i soliti benefici di abuso.



 



Se chiedere di diminuire il numero dei parlamentari, oggettivamente esagerato,



ed eliminare privilegi che nulla hanno a che fare con il lavoro del Parlamento è


 


qualunquismo o demagogia, io sono qualunquista e demagogo, e me ne vanto.



 



Oppure DEMAGOGIA è la proposta di diminuirli nel 2011 (chissà perché nel 2011)



“perché non si può chieder ad un parlamentare di suicidarsi”,



norma che si perderà sicuramente col tempo in qualche emendamento?




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28 ottobre 2004

PRODI 3 (CONCLUSIONI)

 



Torniamo al primo intervento.



Capisco che sono avvantaggiato per non aver avuto “un passato politico”



legato a precise appartenenze, ma sono stufo della richiesta di pedigree o



di analisi del sangue per dimostrare la purezza dei propri alleati, sono stufo



del “dover morire” democristiani, socialdemocratici o comunisti, sono stufo



delle nostalgie ideologiche del passato e dei rimpianti.



Il mondo è notevolmente cambiato e quello che poteva andare bene fino a



dieci/quindici anni fa può non andare bene ora.



La cosa principale è capire quello che vuol dire essere di sinistra oggi.



A mio parere essere di sinistra vuol dire mettere l’uomo e la sua umanità



come priorità assoluta e quindi solidarietà, ambiente e umanizzazione



dell’economia. Può sembrare superficiale ma penso che dietro queste tre



parole ci sia racchiuso tutto quello che serve per fare un programma di sinistra.



La sinistra che è stata per cinque anni al governo ha tralasciato molto di questo



e l’unica scusante è l’aver avuto a che fare con conti pubblici allo sfascio e la



necessità dell’ingresso nell’Europa monetaria.



Errori se ne son  fatti soprattutto nel voler rincorrere la destra nella strada del



federalismo e rincorre le teorie economiche d’oltreoceano in fatto di competitività.



Credo sia giunto il momento di volare alti e chiedere a gran voce ai nostri



referenti un vero programma di sinistra, ma non un programma di legislatura,



sarebbe troppo poco, è ora di fare un programma di partito, o federazione che



sia, che immagini l’Italia  del e per il futuro, come facevano i nativi americani



ogni decisione presa deve prevedere le conseguenze fino alla terza o quarta



generazione a seguire.



E Prodi che c’entra?



C’entra!



Prodi deve portare a termine il lavoro iniziato nel 1996 ed è, forse, il miglior



candidato per prendere voti dei moderati. Il fatto che la spinta maggiore viene



dai DS non è un caso, ci si è resi conto dell’errore fatto nel 1998 e il fatto che



il Professore è stato accolto con ovazioni alla festa dell’Unità di Genova e con



freddezza a quella della Margherita è emblematico.



Da parte mia ho fatto una cosa che non credevo di fare mai nella mia vita: ieri



mi sono iscritto ai DS e vi assicuro che farlo in Umbria e nel mio comune è



proprio un atto di coraggio, chediomelamandibuona.



 




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27 ottobre 2004

PRODI 1

Dedicato a tutti quelli che si ritengono di sinistra.


 


Scritto ispirato da battuta titollesca e seguente commento di MarioCirrito.


 


Prima premessa: sono avvantaggiato dal fatto che non ho appartenenze da


rimpiangere o da farmi perdonare, non ho scheletri nell’armadio ( politicamente


 parlando, naturalmente).


Provengo da una famiglia democristiana ed ho cominciato a litigar di politica


all’età di dodici anni, non ho mai amato la sinistra comunista non condividendone


l’idea ( la ritengo non adatta all’indole umana ), i metodi di partito e tantomeno


la politica, filosovietica prima ed inconsistente a partire dalla fine degli anni settanta.

 

Ritengo tardivo di almeno un anno lo strappo della “bolognina”. Ho sempre votato


Radicale senza essere mai iscritto, intempestivamente mi sono iscritto nel 1993


quando i radicali sono spariti.


Sono un convinto sostenitore del partito unico della sinistra da oltre dieci anni,


ma ogni volta che ho provato ad entrare mi hanno sempre smontato la casa


con me dentro.


 


Seconda premessa: considero il centro ( specialmente dal dopo guerra fredda )


il luogo della non politica, né carne né pesce, come ebbe a commentare qualcuno


ad un mio precedente scritto, senza un programma definito e tantomeno le idee.


Politica che poteva andare bene quando il mondo era diviso in due e che oggi


non ha ragione di esistere.


Esistono destra e sinistra con le relative sfaccettature.


 


Situazione della sinistra.


Mastella: paradossalmente uno dei più coerenti. Non fa parte della sinistra,


il suo obiettivo è la rifondazione democristiana. Ci ha provato da destra ma


si è scontrato con il berlusconismo, ci riprova da sinistra. L’eventuale colpa


è indubbiamente di chi lo ospita;


Margherita: primo caso delle due anime. Da una parte i vecchi democristiani


che incredibilmente comprendono anche Rutelli e dall’altra le nuove leve ed


i vecchi aderenti ad Alleanza Democratica.


Non si capisce bene perché i primi non si riuniscano con Mastella, i vari De Mita,


Marini e c. rivendicano l’orgoglio democristiano, molto riluttanti alla federazione


di sinistra e tantomeno all’idea di partito unico, vedono Prodi come il fumo sugli


occhi. Rutelli teme di perdere visibilità.


Tutto è rimasto come il 98 che vedeva Marini tra gli artefici della caduta del


Governo Prodi.


Dall’altra i vari Castegnetti, Letta, Bordon, Realacci e c. sono per la federazione,


possibilisti sul partito unico e con la volontà di andare alle elezioni regionali con


un’unica lista. Fedelissimi di Prodi;


Repubblicani e Socialisti: rivendicano il loro glorioso passato e si dichiarano


favorevoli all’unità della sinistra;


Democratici di sinistra: anche qui due anime principali, il correntone e la segreteria.


L’anima fassiniana e dalemiana che lavora per la federazione e per il partito unico,


D’Alema che fondamentalmente ha implicitamente riconosciuto gli errori fatti nei


primi anni ’90, terrorizzando l’ignavo Occhetto, e nel non aver dovutamente “protetto”


il Governo Prodi, si trova ad essere la punta di questa innovazione. Dall’altra parte il

 

correntone, delusione sulle delusioni, si trovano personaggi che hanno fatto giravolte


per pura visibilità personale. Mussi ex fedelissimo di D’Alema e Salvi un tempo molto


vicino a Alleanza Democratica;


Verdi: la visibilità è la prima ragione del Partito, sperando in uno autoscioglimento,

 

rimpiango i tempi nei quali i verdi del solecheride erano un movimento trasversale


che si occupava seriamente di ambiente;


Comunisti Italiani: l’Italia ha un primato: unico Paese al mondo ad avere due


Partiti Comunista presenti in Parlamento. Se si capisce in pieno la scissione


con Rifondazione motivata dall’appoggio al Governo Prodi, non se ne capisce


ancora la sopravvivenza;


Rifondazione Comunista: più che sinistra antagonista, sinistra presenzialista.


Lasciando da parte le accuse di aver fatto vincere Berlusconi per ben due volte,


fino ad ora il partito si è contraddistinto per non voler governare e non voler far


governare gli ”alleati”. La frase riportata da Cossutta sul suo libro dopo gli


accordi di desistenza del 1996 è emblematica:”…e ora speriamo di perdere


le elezioni”.


Il Partito ha una sua valenza politica e, diciamo, una sua necessità di esistere


(può far bene), i metodi usati fin’ora lasciano un po’ perplessi. Questa nuova


fase sembra incanalarsi in qualcosa di nuovo per tutta la sinistra.


Speriamo bene!


 


 


(continua)




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16 ottobre 2004

FEDERALISMO


 


 


 


 


 

Giornata nera per l'Italia e gli italiani.


Per l'immediato interesse di una banda di politici scellerati, la Camera ha approvato una


Legge Costituzionale che avrà gravi ripercussioni sociali ed economiche.


Fini ed i suoi hanno pagata la prima cambiale firmata alla Lega.


Che schifo!!!




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23 giugno 2004

CENTRO

Qualcuno mi sa dire cosa vuol dire essere di centro

e quale sono le finalità e i programmi di un partito di centro?




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21 giugno 2004

ANALISI POLITICA DI UN DILETTANTE AUTODIDATTA - 2 -


LA DESTRA


In Italia la DESTRA non esiste.


O meglio, esiste una destra populista peronista di stampo


sudamericano e una destra razzista e xenofoba, ma la DESTRA


liberale non esiste, c'è qualche personaggio, assolutamente


ininfluente che funge da foglia di fico.


Questa destra italiana è un accordo tra partiti che si gestiscono


gli interessi gli uni degli altri, l'autodisciplina per alcuni sperata,


per altri temuta, incredibilmente c'è stata. E gli interessi particolari


in questi ultimi tre anni sono stati fatti, spesso a danno degli interessi


della comunità.


L'anomalia, tutta italiana, del "capo" di questa destra naturalmente è


presente anche nello schieramento.


La presenza di un partito con una democrazia interna da far


invidia al partito comunista nordcoreano e presente in quello


sovietico solamente nel periodo stalinista, collide con uno stato


democratico e la morte, politica o fisica del suo padrone, porterà


l'inevitabile implosione dell'intero partito. Implosione che coinvolgerà,


volenti o nolenti,anche gli altri partiti dello schieramento.


La diaspora forzitaliota cercherà un suo nuovo collocamento, questo


porterà anche ad uno scollamento di Alleanza Nazionale, ma si vedrà


nascere un nuovo partito di Destra credibile, con l'allontanamento


della parte puramente affaristica.


Ci vorranno alcuni anni ma la strada è segnata.


Per quanto riguarda la Lega, non esiste più.


Rimane il merito di aver dato forza ad una parte della magistratura


(storicamente pusillanime in Italia), ma quel federalismo è obsoleto,


il capo non potrà più essere il capo e l'aver preso voti alle ultime


elezioni è solamente un'onda di ritorno emotiva.




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