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chiacchiere di attualita' e politica italiana ed internazionale


Palestina


27 gennaio 2006

Medioriente, una nuova speranza di pace?

Era scontata una vittoria di Hamas ma era impensabile una maggioranza assoluta di quasi il sessanta percento.

Hamas, nata come costola dei fratelli musulmani egiziani come antagonisti di Fatah, è stata usata da molti Paesi Islamici in chiave antiOlp ed ha ricevuto ingenti finanziamenti dalle ali più radicali dell’islamismo. Anche Israele, per un certo periodo, ha usato Hamas per indebolire Arafat e si può dire che ci sono riusciti ma il gioco è sfuggito di mano al giocatore.

Il Movimento è riuscito ad entrare nel cuore della maggioranza dei palestinesi grazie alle opere di beneficenza a favore della parte più debole di quella società, con il finanziamento di ospedali, con la costruzione di case e aiuti ai più poveri.

Tutto questo mentre la classe dirigente palestinese era sempre più invischiata in questioni di corruzione e clientelismo.

Hamas è  ed è stata anche terrore. L’obiettivo principale nella distruzione dello Stato di Israele e l’uso del terrorismo suicida che ha sempre allontanato ogni velleità di pacificazione ha terrorizzato il mondo intero all’indomani di queste ultime elezioni, ma potremmo cercare di trovare il positivo anche in tutto questo.

Fino ad oggi il Movimento, senza possibilità alcuna di incidere politicamente sulla questione palestinese si è trovato a scegliere la via della rottura  e della distruzione.

Una volta entrato nei meandri della vita pubblica per via democratica le responsabilità aumentano e potrebbe subentrare una volontà di incidere sensibilmente sulla creazione di uno Stato Palestinese autonomo che certamente migliorerebbe la situazione di quel popolo.

Certamente è Hamas che deve muovere i primi passi verso una posizione di dialogo e, certamente, è opportuno che i vari finanziatori del popolo palestinese, Europa compresa, sospendano i loro aiuti in attesa di veder muovere questi primi passi, ma in una situazione del genere guai a chiudere le porte, bisogna attendere che il nemico, incamminato nella via della democrazia, diventi un prezioso alleato.




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13 aprile 2005

a proposito di pace

Nel corso della visita di Sharon a Washinghton,
il Presidente Bush ha ammonito Israele, in tono duro,
sulla politica di espansione delle colonie in Cisgiordania.

Sharon risponde che Israele continuerà a consolidare la sua
presa sulle zone che si ritiene siano di importanza strategica
in Cisgiordania.

E' prevista la costruzione di 3.000 nuovi alloggi nella colonia
di Maale Adumim, nel pieno dei Territori Occupati.

Che abbia ragione chi considera strumentale il ritiro da Gaza?




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9 aprile 2005

LA CHIAVE PER LA PACE -4-

Ma Israele mette in atto anche politiche discriminatorie di azzonamento e pianificazione. Si tratta di mezzi ideali per ostacolare abilmente lo sviluppo naturale delle città e dei villaggi palestinesi inducendo l’emigrazione: l’agenda politica israeliana viene nascosta dietro una facciata fatta di mappe tecniche, un linguaggio professionale “neutro” e procedure amministrative apparentemente innocue. Così Israele ha fatto propri due schemi di pianificazione regionale risalenti al mandato britannico, RJ5 per Gerusalemme (1942) e RJ15 per la Samaria (1945), e li usa per congelare in modo efficace lo sviluppo palestinese a Gerusalemme e nell’intera Cisgiordania, fermandolo al livello degli anni ’40. Lo schema RJ15, ad esempio, dichiara tutta la Cisgiordania “terra agricola”. Poiché limita gravemente la costruzione di case su questa terra, Israele ha la facoltà di negare ai palestinesi i permessi per costruire e di demolire le case costruite “illegalmente”. Una clausola passata quasi inosservata della legge inglese sulla pianificazione assegna alla Commissione di distretto (e non all’Amministrazione civile) il “potere di derogare eventuali restrizioni imposte da questo schema”. Ciò consente alle autorità israeliane di costruire centinaia di migliaia di alloggi per gli ebrei sulle terre classificate come “agricole” e allo stasso tempo rafforzare gli schemi regionali nel caso dei palestinesi. Migliaia di case palestinesi sono state demolite per ordine del tribunale e migliaia di ordini di demolizione sono in attesa di essere eseguiti.

Restrizioni amministrative si insinuano in ogni angolo della vita palestinese. La coltivazione e la vendita di prodotti palestinesi è molto limitata e questa politica impoverisce la popolazione locale, soprattutto perché viene attuata in combinazione con l’intensificarsi della coltivazione di ulivi e alberi da frutto da parte di Israele (500.000 alberi in più dal 1967). L’apertura di banche e aziende è pesantemente ostacolata e anche operazioni apparentemente di routine come la concessione di licenze o le ispezioni fiscali nelle imprese palestinesi vengono condotte con modalità che danneggiano gli imprenditori e quindi l’economia locale.

A tutto questo devono essere aggiunti i “danni collaterali” generati dai meccanismi di controllo, ossia le devastanti conseguenze della vita sotto occupazione. Solo nei primi due anni della seconda Intifada più di 2.100 palestinesi sono stati uccisi (ultimo aggiornamento dicembre 2002); almeno l’85% di essi erano civili. 476 erano bambini e giovani (23% dei casi), 280 avevano meno di 15 anni. L’88% dei bambini è stato ucciso in situazioni in cui non c’era uno scontro con i soldati israeliani. 185 palestinesi sono morti assassinati o in esecuzioni extragiudiziali, 47 palestinesi sono stati uccisi dai coloni.

Più di 21.000 palestinesi sono stati feriti, più di un terzo erano bambini e giovani. Circa 2.500 civili sono disabili in modo permanente. I bambini in particolare sono stati traumatizzati dall’estrema violenza a cui sono stati esposti: uccisioni, attacchi militari, demolizioni di case, molestie, umiliazioni di genitori e insegnanti.

Dall’inizio della rioccupazione a partire dalla fine di marzo 2002, sono stati arrestati circa 15.000 palestinesi, dei quali 6.000 sono rimasti in carcere senza accuse a loro carico né processo, 1.500 bambini e giovani sono stati arrestati o trattenuti durante l’Intifada, 350 sono attualmente detenuti nelle prigioni e nei centri di detenzione israeliani. Non possono ricevere la visita dei familiari e sono detenuti insieme a giovani criminali comuni israeliani.

Secondo la conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo, 2 miliardi e 400 milioni di dollari sono stati sottratti all’economia della Cisgiordania e della striscia di Gaza a causa dei blocchi, della disoccupazione di massa e della distruzione della maggior parte delle infrastrutture da parte dei carrarmati e degli elicotteri israeliani. Più di 4 miliardi di dollari di reddito sono stati perduti dall’economia palestinese. Il 70% delle aziende palestinesi è stato chiuso o ha ridotto sensibilmente la produzione. La disoccupazione è salita al 67% a Gaza, al 48% in Cisgiordania. Il 75% dei palestinesi, compresi due terzi dei bambini, vive in povertà, con meno di due dollari al giorno. Metà della popolazione palestinese necessita di assistenza esterna per far fronte alle minime esigenze alimentari giornaliere, con il 30% dei bambini palestinesi sotto i cinque anni che soffrono di malnutrizione. Il 60% dei bambini a Gaza soffre di infezioni da parassiti.

Più di 2.400 case sono state distrutte o demolite, 1.700 in Cisgiordania, 700 a Gaza. 12.000 case sono state danneggiate, 3.000 persone sono nei campi profughi. Sono state coinvolte più di 75.000 persone. Inoltre, 30 moschee e 12 chiese sono state distrutte, 134 pozzi di acqua sono stati sigillati o distrutti, 160.000 ulivi e alberi da frutta sono stati sradicati o abbattuti (su un totale di 500.000 dall’inizio dell’occupazione).

L’ottanta per cento delle risorse idriche della Cisgiordania e di Gaza sono sotto controllo israeliano. Un terzo dell’acqua di Israele viene dai Territori Occupati, in violazione della legge internazionale. L’ottanta per cento dell’acqua dell’unica falda acquifera presente in Cisgiordania va ad Israele e ai suoi insediamenti. Un terzo dell’acqua di Israele viene dal Giordano, che però non fornisce acqua ai palestinesi della Cisgiordania. Gli israeliani utilizzano una quantità di acqua pro-capite  pari a sei volte quella utilizzata dai palestinesi. Il consumo pro-capite in Cisgiordania per uso domestico e urbano è solo di 60 litri al giorno per persona, un valore inferiore quindi al minimo di 100 litri per persona raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. In generale, gli israeliani consumano 350 litri d’acqua al giorno per persona. Ad ogni colono sono assegnati 1.450 metri cubi d’acqua all’anno, ad ogni palestinese 83. 215.000 palestinesi in 218 villaggi della Cisgiordania non hanno acqua potabile. La distruzione dei pozzi e dei condotti palestinesi (che verrà intensificata con la costruzione del muro sulle falde acquifere) causa mesi di mancanza d’acqua, perché comprare acqua dalle autocisterne è spesso fuori dalla portata delle risorse finanziarie della popolazione impoverita. L’acqua acquistata da un acquedotto costa meno di un dollaro al litro, l’acqua acquistata da un’autocisterna costa 3 dollari durante la stagione piovosa e fino a 8 dollari nei mesi più asciutti. Ai palestinesi è vietato raccogliere acqua piovana in serbatoi aperti.

850 scuole sono state chiuse per diversi periodi, 185 sono state danneggiate, 11 completamente distrutte, 132 studenti palestinesi sono stati uccisi e 2500 sono stati feriti mentre andavano a scuola. Sono stati persi 1135 giorni di scuola dall’inizio della seconda Intifada.

Tutto questo deve essere aggiunto all’oppressione, all’umiliazione, alla rabbia e alla frustrazione della vita sotto occupazione e ai traumi sofferti da decine di migliaia di palestinesi , soprattutto bambini, che hanno visto le loro case demolite, i propri cari picchiati e umiliati,  hanno sofferto a causa di sistemazioni inadeguate  e hanno perso l’opportunità di mettere in atto i propri potenziali di vita.

In Estremo Oriente esiste un gioco che si chiama Go. Mentre nel gioco occidentale degli scacchi  due giocatori cercano di sconfiggersi  a vicenda sottraendosi  dei pezzi, lo scopo del Go è completamente diverso. Si vince non sconfiggendo ma immobilizzando l’avversario  mediante il controllo dei punti chiave nella scacchiera. Questa strategia fu usata efficacemente in Vietnam, dove piccoli gruppi di Vietcong furono in grado di bloccare e virtualmente paralizzare mezzo milione di soldati americani (statunitensi ndG) enormemente più forti sul piano militare. In effetti i meccanismi di controllo di Israele funzionano allo stesso modo con i palestinesi. Se da un lato le “offerte generose” di territorio sembrano indicare una disponibilità da parte israeliana a riconoscere lo sviluppo di uno stato palestinese, il ruolo di tali meccanismi è quello di garantire che tale stato né sia autonomo né veramente sovrano. Uno stato creato tra gli assi del sistema di controllo raggiunge tre degli obiettivi principali di Israele: solleva Israele dalle responsabilità nei confronti della popolazione palestinese, soddisfa le richieste di uno stato palestinese da parte della comunità internazionale e infine lascia inalterato il controllo di Israele. Inoltre, contribuisce ad ammorbidire il profilo militare dell’Amministrazione civile e dell’esercito e genera quindi l’impressione che ciò che i palestinesi chiamano “occupazione” in realtà sia solo amministrazione corretta e che la repressione militare di Israele sia soltanto autodifesa. In generale, il sistema di controllo rappresenta il muro di ferro eretto  da Israele e dalla sua società pre-statale negli ultimi ottanta anni: una presenza ebraica così imponente, così potente, così irreversibile  che i palestinesi rinunceranno ad ottenere uno stato vero e proprio e accetteranno qualsiasi soluzione imposta da Israele.

Riportata su una mappa, la rete dei meccanismi di controllo definisce chiaramente i confini di un ministato dipendente, un bantustan. Il semplice trasferimento di territori ai palestinesi non è sufficiente per garantire loro l’autodeterminazione. Per una pace giusta e sostenibile, il sistema di controllo deve essere completamente smantellato.


Jeff Halper

 




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9 aprile 2005

LA CHIAVE PER LA PACE -3-

Dall’inizio del processo di pace di Oslo, è stata imposta una chiusura permanente alla Cisgiordania e a Gaza, che ha gravemente limitato il numero di lavoratori palestinesi autorizzati a entrare in Israele e impoverito la società palestinese le cui infrastrutture Israele ha mantenuto sottosviluppate. La chiusura ha molte forme fisiche. Centinaia di checkpoint e punti di attraversamento del confine, permanenti, semi-permanenti e “spontanei”, controllano e limitano i movimenti dei palestinesi, sia tra Israele e i Territori Occupati, sia tra le varie enclavi. La chiusura può essere porosa un giorno (una “chiusura che respira”) e, senza avvertimenti né spiegazioni, impedire qualsiasi spostamento il giorno dopo (una “chiusura che strangola”). In diversi posti può essere permanente, stabilita per un determinato periodo di tempo oppure “spontanea”. Qualsiasi forma assuma, la chiusura impedisce lo sviluppo di un’economia palestinese coerente, mina la vita delle famiglie e delle comunità e preclude la pianificazione razionale della vita personale.

Tra le azioni finalizzate al controllo sui palestinesi da parte di Israele, vi è inoltre la costruzione di sette (dei dodici previsti) parchi industriali lungo il confine tra Territori Occupati e Israele. A prima vista può sembrare uno sviluppo positivo. I parchi industriali allo scopo, tuttavia, di arginare le aspirazioni palestinesi all’autodeterminazione offrendo al lavoratore medio un posto di lavoro e un salario. Consentendo alla sua economia da Primo mondo di insinuarsi nelle aree palestinesi, Israele può rubare a un’entità palestinese la sua vitalità economica, garantendo la dipendenza continua dalla stessa Israele. I parchi industriali permettono alle industrie più inquinanti e meno redditizie di Israele (fabbriche di alluminio, officine meccaniche, produzione di plastica e sostanze chimiche, macelli e così via) di usufruire della manodopera palestinese a basso costo negando alla stessa l’accesso in Israele. Gli standard ambientali insignificanti in vigore nei Territori Occupati offrono inoltre alle industrie la possibilità di smaltire le scorie industriali in Cisgiordania e Gaza. Come ancore economiche, i parchi industriali portano nuova vita agli insediamenti isolati, i cui residenti gestiscono le aziende.

Israele mantiene il controllo sulle principali falde acquifere e su altre risorse naturali essenziali nei Territori Occupati. Il sistema di controllo di Israele si estende sotto terra, nell’aria e sulla superficie del territorio. Nonostante una legge internazionale proibisca a una potenza occupante di utilizzare le risorse di un territorio occupato, Israele prende circa il 30% della sua acqua dalle falde acquifere della Cisgiordania e della striscia di Gaza che si trovano sotto i principali insediamenti. Infatti, l’80% dell’acqua che proviene dalla Cisgiordania va in Israele e nelle colonie, solo il 20% va ai duemilioni e mezzo di palestinesi dell’area. Enormi cave di pietra, i cui materiali vengono utilizzati per la costruzione di strade ed insediamenti israeliani, sfregiano il fragile e storico paesaggio. E Israele rivendica il controllo di gran parte dello spazio aereo di Cisgiordania e Gaza, compresi i campi di comunicazione elettromagnetica. Tutto questo limita la possibilità di creare un futuro stato palestinese autonomo e sovrano.

La burocrazia, la pianificazione e la legge sono usati come strumenti dell’occupazione e del controllo. Per rendere invisibile l’occupazione e trasformarla in una forma di “amministrazione corretta”, il sistema di controllo di Israele si affida a meccanismi burocratici e legali che imprigionano i palestinesi in una fitta rete di restrizioni, ricorrendo a sanzioni ogni volta che i palestinesi tentano di espandere il proprio spazio vitale.

Tra i meccanismi di controllo più subdoli vi sono gli ordini emessi dai comandanti militari della Cisgiordania e Gaza. Poiché a una potenza occupante è vietato dalla legge internazionale sostituire le leggi locali con leggi proprie, Israele ha imposto nei Territori Occupati circa 2000 “ordini militari” che, rinforzati dalle politiche dell’amministrazione civile, costituiscono, in effetti, un corpo di leggi ostili alla popolazione palestinese il cui scopo è rafforzare il controllo politico di Israele. L’ordine militare n.59 (1967), ad esempio, concede all’ente israeliano per la custodia delle proprietà abbandonate l’autorità di dichiarare le terre non coltivate e non registrate “terre dello stato” israeliano. Poiché Israele rifiuta di riconoscere gli accordi presi durante l’occupazione ottomana o inglese e l’ordine n.291 (1968) ha interrotto il processo di registrazione delle terre, Israele ha potuto classificare il 72% della Cisgiordania come “terre dello stato”, trasformando l’esproprio ai danni dei proprietari palestinesi in un atto di ordinaria amministrazione. L’ordine n.270 (1968) ha designato un altro milione di dunum (circa 100.000 ettari) di terra in Cisgiordania come “zona di combattimento” chiusa, che può quindi essere assegnata ai coloni o utilizzata per le infrastrutture israeliane. L’ordine n.363 (1969) ha imposto severe restrizioni all’uso della terra e alle costruzioni in altre zone definite “riserve naturali”. L’ordine n.393 (1970) ha concesso a qualsiasi comandante militare in Giudea e Samaria l’autorità di proibire ai palestinesi di costruire se ciò viene ritenuto necessario per la sicurezza dell’esercito israeliano o per garantire l’ordine pubblico. L’ordine n.977 (1982) ha autorizzato l’esercito israeliano o le sue agenzie (ad esempio l’amministrazione civile) a procedere con gli scavi e le costruzioni senza permesso, aprendo la strada a insediamenti che ignorano leggi e pianificazioni. Centinaia di altri ordini militari impediscono ai palestinesi di costruire attorno alle basi e alle installazioni dell’esercito, attorno agli insediamenti e nelle arre circostanti, a meno di 200 metri da entrambi i lati delle strade principali. E’ un sistema efficace per impedire lo sviluppo delle comunità arabe e per sottrarre decine di migliaia di ettari ai proprietari palestinesi.

Misure amministrative limitano gravemente la libertà di movimento dei palestinesi e inducono l’emigrazione. L’amministrazione civile ha suddiviso la Cisgiordania e Gaza rispettivamente in otto e tre “zone di sicurezza”, tra le quali i palestinesi possono spostarsi solo se in possesso di un permesso. Tutte le strade principali della Cisgiordania e di Gaza sono chiuse per i veicoli privati palestinesi e l’accesso a praticamente ogni città e villaggio è impedito da blocchi militari o cumuli di terra. Sono stati costruiti cinque passaggi tra la Cisgiordania e Israele e due tra Gaza e Israele attraverso i quali verrà regolato tutto il movimento (lavoratori palestinesi autorizzati a entrare in Israele e traffico commerciale). Un sistema di schede magnetiche per i lavoratori palestinesi, già attivo a Gaza, verrà esteso alla Cisgiordania, aumentando enormemente la capacità di Israele di monitorare i movimenti dei palestinesi. I palestinesi residenti a Gerusalemme che cercano un alloggio più economico fuori dai confini della municipalità perdono il documento di identità e restano bloccati fuori dalla città (e per estensione dall’intero stato di Israele). Migliaia di coniugi vivono separati perché non ottengono il permesso di “riunificazione della famiglia”.Poiché i palestinesi saranno più numerosi degli ebrei nell’area tra il fiume Giordano e il Mediterraneo entro la fine di questo decennio, Israele considera la “bomba demografica” la più grande minaccia alla propria egemonia. Per contrastare questa tendenza, Israele mette attivamente in atto la sua politica di trasferimento: esilio e deportazione dei palestinesi, revoca dei diritti di residenza, impoverimento economico, esproprio delle terre, demolizione delle case e altri mezzi che rendono la vita così impossibile da indurre i palestinesi a emigrare “volontariamente”. Gli schemi di “trasferimento” sono diventati una parte accettabile del discorso politico israeliano, poiché fanno parte della piattaforma ufficiale di diversi partiti del governo Sharon. Alcune politiche di trasferimento sono molto dirette: migliaia di palestinesi perdono il proprio diritto a tornare nel paese se vanno all’estero a studiare, lavorare o vivere. Il bersaglio principale è la classe media perché la sua rimozione rende la società palestinese debole e senza guide. Ma spesso il trasferimento avviene in modo meno evidente. Prendiamo ad esempio Gerusalemme, dove Israele si sforza di mantenere la maggioranza del 72% di ebrei rispetto agli arabi. Il comune utilizza la gestione del territorio e gli espropri per limitare pesantemente le costruzioni palestinesi, oltre a condurre una politica aggressiva di demolizioni di case. Il risultato è una penuria artificiale di case (25.000 alloggi che mancano nel settore palestinese) e quindi l’aumento dei prezzi dei pochi alloggi disponibili. Poiché il 70% dei palestinesi che risiedono a Gerusalemme vive al di sotto del livello di povertà, gli alloggi vengono obbligatoriamente cercati fuori dai confini della città. Quando queste persone spostano il proprio luogo di abitazione fuori dalla città, il Ministro degli Interni revoca la loro residenza a Gerusalemme e le trasforma in abitanti della Cisgiordania, rafforzando così la maggioranza ebrea.

 

(3-continua)

 




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8 aprile 2005

LA CHIAVE PER LA PACE -2-

Oltre al controllo militare del paese, il controllo della popolazione locale si appoggia anche a collaborazionisti e unità armate in incognito (mustarabj). Migliaia di palestinesi contro la propria volontà (a volte occasionalmente) si trasformano in collaborazionisti per effetto di minacce, estorsioni, incentivi offerti dall’asfissiante amministrazione israeliana. Cose semplici come ottenere una patente di guida o una licenza di vendita, un permesso di lavoro, l’autorizzazione a costruire una casa, un documento di viaggio o il permesso di ricevere cure mediche in Israele o all’estero, sono spesso condizionate dal passaggio di informazioni ai servizi di sicurezza. Inutile dire che il collaborazionismo mina le basi della società palestinese diffondendo paura e diffidenza.

Gli arresti di massa e la detenzione amministrativa (quest’ultima usata per incarcerare persone per mesi o anni senza imputazioni né processi) sono pratiche consuete nel sistema di controllo israeliano. Nella rioccupazione delle città, dei villaggi e dei campi profughi della Cisgiordania nel corso del 2002, circa 8000 persone sono state detenute a tempo indeterminato e circa 2000 sono state condannate alla detenzione amministrativa.

Israele ricorre poi alla creazione di “situazioni di fatto”. Già nel 1977, quando era a capo del Comitato ministeriale per le colonie  del governo Begin, Sharon cercò di creare “situazioni di fatto” che avrebbero reso l’occupazione israeliana irreversibile. A prescindere dai cambiamenti che si verificarono nella situazione politica (nuove costellazioni geo-politiche, nuove amministrazioni americane –statunitensi ndG-, persino un governo israeliano che avesse voluto rinunciare a parte delle terre per la pace) i blocchi di insediamenti dovevano essere così imponenti, la Cisgiordania così completamente incorporata nel tessuto urbano di Israele, che l’occupazione sarebbe stata immune dall’effetto di forze esterne.

Questa politica ha significato espropri massicci di terra palestinese, come parte integrante di una campagna sistematica il cui scopo è confinare i palestinesi in piccole enclavi scollegate tra loro espandendo allo stesso tempo gli insediamenti israeliani. Dal 1967 Israele ha espropriato per  insediamenti , superstrade, by-pass, istallazioni militari, riserve naturali e infrastrutture circa il 24% della Cisgiordania, l’89% della Gerusalemme Est araba e il 25% della striscia di Gaza. Poiché Israele non riconosce i confini risalenti all’epoca ottomana o del mandato britannico, il 72% della Cisgiordania viene considerato terra dello stato di Israele.più di 200 insediamenti sono stati costruiti nei Territori Occupati; 400.000 israeliani si sono trasferiti di là dai confini del 1967 (200.000 in Cisgiordania, 200.000 a Gerusalemme Est e 6000 a Gaza). Lo scopo principale della creazione degli insediamenti, oltre a implicare la pretesa israeliana di occupare tutto il paese, è precludere la fondazione di uno stato palestinese autonomo. Gli insediamenti, l’infrastruttura di cui dispongono e il sistema di sicurezza necessario per proteggerli hanno suddiviso i Territori Occupati in decine di enclavi senza il permesso dell’autorità militare e questo trasforma le loro città e i loro villaggi in prigioni. Con Barak, la rete di insediamenti venne consolidata in sette blocchi che di fatto assicuravano agli israeliani il controllo su qualsiasi attività palestinese.

Un sistema articolato e costituito da 29 superstrade e by-pass, finanziato completamente dagli Stati Uniti (siamo nell’ordine dei 3 miliardi di dollari), è stato costruito nel corso del processo di pace. Le superstrade lunghe 300 miglia e larghe da tre a quattro campi da calcio, grazie ai “margini sanitari” che eliminano tutte le case, i campi e i cortili palestinesi che incontrano, incorporano la Cisgiordania nel sistema autostradale nazionale di Israele, rendendo quindi impossibile separare i territori palestinesi da Israele. Le superstrade e i by-pass creano nastri di movimento fluido per i coloni che entrano ed escono da Israele e allo stesso tempo rappresentano una barriera formidabile per il movimento dei palestinesi.

I Territori Occupati sono stati suddivisi in decine di enclavi piccole, scollegate e impoverite. Con la firma degli accordi di Oslo II nel 1995, i Territori Occupati, che erano aree omogenee la cui integrità Israele era tenuto a rispettare, furono ridotte a 200 enclavi. La Cisgiordania fu suddivisa nelle aree A, B e C, più una grande “riserva naturale” nel deserto della Giudea. L’esigua striscia di Gaza, uno dei luoghi più densamente popolati della terra, fu divisa in quattro aree (gialla, verde, blu e bianca) il 40% delle quali restò sotto il controllo di Israele, soprattutto lungo la costa. Altri espedienti consentirono di smembrare ulteriormente i territori palestinesi. Hebron fu suddivisa in “H1” e “H2”, con 30.000 palestinesi relegati nella sezione controllata dagli israeliani a causa della presenza di 400 coloni. A Gerusalemme, le terre palestinesi ella parte orientale della città furono dichiarate per la maggior parte “spazi verdi aperti”, spazi dove ai palestinesi fu vietato  costruire. In questo modo, i palestinesi costituisco un terzo della popolazione di Gerusalemme ma hanno accesso solo al 7% del territorio urbano per scopi residenziali e comunitari. ”Riserve naturali”, aree militari chiuse e zone di sicurezza hanno relegato ulteriormente i palestinesi in isole circondate dagli ingranaggi del sistema israeliano. Anche luoghi sacri apparentemente innocui come la tomba di Rachele a Betlemme, la caverna dei patriarchi a Hebron, la tomba di Giuseppe a Nablus, una sinagoga a Jericho e vari siti attorno a Gerusalemme sono pretesti per mantenere una presenza di sicurezza israeliana e quindi il controllo militare rafforzato dalle colonie.

Uno degli aspetti più drammatici dei recenti sviluppi del sistema di controllo israeliano è la costruzione del muro, descritto da Israele come “recinto difensivo” o “recinto di separazione”, lungo praticamente tutta l’estensione della Cisgiordania (Gaza fu recintata alla fine degli anni ’80). Il muro, iniziato nel giugno 2002, si estenderà per 350 km e raggiungerà un’altezza di 3-8 metri, costituito da blocchi di cemento pieno. Sarà fortificato con torrette di guardia, postazioni per cecchini, campi minati, un fossato profondo quattro metri, filo spinato, perimetri di sicurezza, telecamere di sorveglianza e dispositivi di allarme elettronici, per una larghezza pari a mezzo campo da football. E poiché il muro è stato iniziato a una distanza di 3-6 km dal confine, dalla parte palestinese, si porterà via fino al 10% della Cisgiordania, comprese alcune tra le terre più produttive e ricche di ulivi del paese. Circa 70.000 palestinesi si troveranno intrappolati tra il confine israeliano e il muro. Città come Kalkilya e Tulkarem ranno virtualmente isolate e impossibilitate a svolgere le attività normali, scollegate da un hinterland che resterà in Cisgiordania. Il costo del muro è stimato sui 500 milioni di dollari.

Il muro riflette la dottrina del partito laburista che prevede la separazione unilaterale se i palestinesi non accettano le condizioni israeliane. Infatti, la costruzione di un muro più grande ha rappresentato il programma centrale della campagna elettorale 2003 di Mitzna. Frutto del governo Barak, il muro, in base al Security Separation Plan dell’ottobre 2000, ha quattro obiettivi principali: 1) fornire protezione fisica ai cittadini israeliani, compresi i coloni; 2) impedire ai palestinesi di ottenere concessioni in termini di territorio o infrastrutture e vantaggi politici al di fuori dei negoziati; 3) esigere dai palestinesi un prezzo economico elevato attraverso chiusure, restrizioni commerciali, sanzioni e altri mezzi il cui scopo è imporre loro la sottomissione; 4) tenere aperta la porta dei negoziati. Vista la forte spinta del sistema di controllo di Israele, questo significa obbligare i palestinesi ad accettare una specie di occupazione consensuale.

Il Likud, temendo che la separazione potesse creare uno spazio in cui avrebbe potuto emergere uno stato palestinese, accettò con riluttanza la costruzione del muro unicamente per motivi di sicurezza. Fu chiaro che il muro non sarebbe stato un confine e che l’obiettivo più ampio era incorporare la Cisgiordania e Gerusalemme. Per queste ragioni, viene costruito molto all’interno del versante palestinese della “linea verde”.

 

(2- continua)




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7 aprile 2005

LA CHIAVE DELLA PACE

Cercando e studiando, si scoprono lati del mondo e   della vita che spesso non si pensano. Nella fattispecie, parlando di Medioriente, vengono svelate delle realtà non raccontate da nessuno o da pochi  – alla faccia dell’informazione a senso unico lamentata da molti – e micidiali nella loro sistematica semplicità: quella occupazione subdola e strisciante che renderà impossibile la nascita di uno Stato Palestinese e, di conseguenza, difficile ogni speranza di pace.

 

Gli scritti degli altri: Jeff Halper, antropologo, coordinatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case (www.icahd.org).

Da AnalisiXXI

 

 

La soluzione del conflitto israelo-palestinese sarà possibile soltanto quando Israele si deciderà a smantellare il sistema di controllo sulla Cisgiordania e su Gerusalemme est.

Un sistema basato su azioni militari, sulla burocrazia amministrativa, sulla rete degli insediamenti e delle infrastrutture.

 

Nei giorni impetuosi del processo di pace di Oslo, molti di noi cedettero che un compromesso israelo-palestinese fosse possibile, che in qualche modo uno stato palestinese con speranze di sopravvivenza sarebbe stato strappato all’occupazione di Israele. Nel nostro intenso desiderio di una soluzione pacifica a questo interminabile e tragico conflitto, scegliemmo di ignorare segnali significativi: Israele non accettò mai l’idea che ci fosse un’occupazione. Non riconobbe mai il diritto dei palestinesi all’autodeterminazione e negò persino che uno stato palestinese fosse il prodotto necessario dei negoziati. Durante gli anni di Oslo, Israele raddoppiò la sua popolazione negli insediamenti, costruì centinaia di migliaia di monumenti by-pass road funzionali all’inglobamento della Cisgiordania nei territori di Israele e creò una “Grande Gerusalemme” che dominava tutta la porzione centrale della Cisgiordania. Sul territorio, lontano dal tavolo dei negoziati, Israele lavorò incessantemente per creare presupposti che avrebbero impedito la realizzazione di un vero stato palestinese, compromettendo completamente il risultato dei negoziati. Alla fine del processo di Oslo tutto ciò che rimase fu la cosiddetta “generosa offerta” che dava ai palestinesi poco più di un ministato dipendente, non vitale, con una semi-sovranità, un bantustan sul modello di quelli sudafricani.

Da allora è stato chiaro per tutti che nessun governo israeliano ha mai preso seriamente in considerazione l’idea di allentare il controllo sulla Cisgiordania e Gerusalemme Est, certamente non a favore di uno stato palestinese. Il processo di Oslo e i due anni successivi hanno dimostrato in modo convincente che Israele non rinuncerà volontariamente all’occupazione. Come nel caso del Sudafrica, quando una soluzione politicamente sostenibile alla fine impose l’abolizione totale del sistema di apartheid, anche qui si è raggiunto un punto in cui qualsiasi compromesso che lasci a  Israele il controllo del territorio preso nel 1967 renderà vane le possibilità di una pace sostenibile nella regione.

Israele, quindi, cerca di mantenere il proprio controllo sui Territori Occupati per sempre. Deve affrontare, tuttavia, due dilemmi fondamentali. Primo, la comunità internazionale, compresi Stati Uniti, protettori e più decisi sostenitori di Israele, chiede che venga creato uno stato palestinese. Secondo, ironicamente la stessa Israele ha bisogno di uno stato palestinese. Sebbene pretenda di avere sotto la sua giurisdizione e in effetti abbia creato un solo stato utilizzando gli insediamenti e l’infrastruttura, Israele non riesce a digerire i tre milioni e mezzo di palestinesi che vivono nei Territori Occupati. Se allargasse la cittadinanza ai palestinesi, il risultato sarebbe uno stato binazionale, l’antitesi di uno stato ebraico. Questo è assolutamente impensabile per gli ebrei israeliani, se, dall’altro lato, Israele si trovasse a governare una popolazione palestinese senza cittadinanza né diritti civili fondamentali, il risultato sarebbe un sistema di apartheid esplicito, una situazione ugualmente inaccettabile. La soluzione, quindi, è quella di un ministato, un bantustan palestinese. Creando uno “stato” palestinese costituito da quattro o cinque cantoni separati da insediamenti israeliani, autostrade, checkpoint militari e muri, Israele è in grado di liberarsi della popolazione palestinese senza mettere in pericolo il proprio controllo.

Questo schema è supportato sia dai laburisti che dal Likud, l’unico punto disaccordo riguarda le dimensioni del ministato. I laburisti vorrebbero un bantustan più grande in modo tale che risulti più credibile, più facile da vendere alla comunità internazionale. Il Likud crede invece che il mondo accetterà uno stato palestinese di qualsiasi dimensione solo per depennare il problema dalla propria agenda e che Israele dovrà rinunciare non più al 42% della Cisgiordania, a metà della striscia di Gaza e non dovrà rinunciare ad alcuna parte di Gerusalemme est. Inutile dire che nessuno in Israele sta chiedendo il parere dei palestinesi.

Israele, per convincere il pubblico circa il proprio orientamento a favore della pace e dell’indipendenza dei palestinesi e rendere di fatto permanente il proprio controllo sui territori occupati, ha elaborato un sistema in grado di nascondere l’occupazione dietro una facciata di leggi, procedure di pianificazione e burocrazia kafkiana, preservando in questo modo l’immagine democratica di Israele anche se vengono negati a milioni di palestinesi i diritti umani fondamentali. Il controllo israeliano diventa visibile solo quando deve impiegare la forza militare per sopprimere rivolte popolari, come nelle due Intifada. Quando questo accade, la natura apparentemente innocua dell’amministrazione israeliana consente di scaricare la colpa della violenza sui palestinesi.

Il sistema di controllo israeliano funziona su diversi livelli di interazione. Anzitutto vi sono controlli militari e i relativi successi militari. Nonostante Israele tenti di presentare la propria occupazione come la benevola amministrazione (Israele rifiuta infatti di usare la parola “occupazione” e nega l’esistenza dell’occupazione stessa), l’unica sua possibilità di dominare un altro popolo espandendo il proprio territorio è usare la forza militare. In particolare, Israele compie azioni militari vere e proprie, compresi attacchi alla popolazione civile e all’infrastruttura palestinese. Sebbene siano state particolarmente evidenti durante le due Intifada (1987-1993; 2000-oggi), le azioni militari non sono il sistema di controllo preferito di Israele. Sono troppo evidenti e la loro brutalità suscita l’opposizione all’interno e all’esterno del paese. Eppure, la forza militare viene usata con efficacia e impunemente per sopprimere la resistenza all’occupazione. E’ utile come deterrente, per “dare una lezione ai palestinesi” o “trasmettere un messaggio”.

 

(1-continua)

 

 




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18 febbraio 2005

senza parole

...La rabbia degli estremisti sembra non conoscere limiti:

tre giorni fa un gruppo di coloni ha aggredito una poliziotta

di 18 anni, Gal Kadem, picchiandola al grido di "nazista".

Lei, nel letto di ospedale dove è ricoverata piange di rabbia:

"sono ebrea quanto loro, non avevano il diritto di chiamarmi

nazista".




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9 febbraio 2005

SHARON

Per quello che possa contare,

abbiamo deciso di dar credito

a Sharon e abbiamo ricominciato

a comperare pompelmi israeliani.

La storia di Rabin insegna,

speriamo bene...




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20 gennaio 2005

quando si dice cercar la pace...

HA'ARETZ, Israele   
http://www.haaretzdaily.com

Il governo Sharon confisca proprietà palestinesi a
Gerusalemme Est

Il governo Sharon ha cominciato a confiscare a Gerusalemme
Est le proprietà di migliaia di palestinesi che vivono in
Cisgiordania. Il provvedimento è reso possibile dalla
"legge sulla proprietà degli assenti", un provvedimento
approvato nel 1950 che Sharon ha deciso di applicare per la
prima volta lo scorso luglio. Questa legge definisce
"assenti" coloro che ai tempi della guerra arabo-israeliana
del 1948 si trovavano in territori esterni all'attuale
Israele, vale a dire la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.
Secondo le prime stime, i beni confiscati potrebbero
corrispondere alla metà di Gerusalemme Est.
 




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12 novembre 2004

PIU' LIMPIDI DI COSI'?

Inaffidabile e contraddittorio Arafat riuscì a superare
mille rovesci regalando la speranza ad un popolo sconfitto
L'uomo che inventò una nazione
ma non le disse mai la verità

di SANDRO VIOLA

 

Physique du rôle, questo no. Fisicamente, Yasser Arafat sembrava

più un bottegaio egiziano o libanese che uno statista o un condottiero.

Piccolo e grassoccio, la calvizie nascosta dalla keffyah, indosso una

strana uniforme perennemente stazzonata. I modi che mostrava col

visitatore straniero erano troppo cordiali, un po' untuosi. Pochi si

salvavano infatti dall'essere baciati due o tre volte sulle guance.

Italiano? L'Italia è il paese che sentiamo più vicino alla nostra causa.

Venezuelano, belga, giapponese? Lo stesso. E intanto i famigli già

arrivavano con caffè, tè, grandi bicchieri d'acqua fredda e pacchetti

di cattive sigarette Kent.

Per un giornalista, era quanto di più inaffidabile si possa immaginare.

Parlava troppo, si contraddiceva ad ogni piè sospinto, a volte negava

ruggendo quel che aveva detto a chiare lettere appena il giorno prima.

Danny Rubinstein, il giornalista israeliano autore d'una delle tante biografie

di Arafat, racconta un episodio che sembra incredibile ed è invece sicuramente

vero. Alla vigilia della guerra del Golfo, nel 1991, il palestinese era stato

con il re di Giordania l'unico leader arabo a prendere le parti di Saddam Hussein.

Gli altri erano o entrati nella coalizione allestita sotto le bandiere dell'Onu, o quanto

meno - come nel caso di Gheddafi - tacevano corrucciati. Arafat no, lui difendeva

Saddam e tuonava contro la guerra decisa da George Bush padre. Ma l'anno dopo,

quando Rubinstein andò a intervistarlo nell'esilio di Tunisi e gli chiese come mai

avesse preso una posizione tanto sbagliata, la risposta fu stupefacente: "Io schierato

con Saddam? Ma che dice, di che sta parlando, chi le ha raccontato questa frottola?".


Sì, bugiardo. Basta pensare che non s'è mai riusciti a capire bene dove fosse nato.

La versione più attendibile - sostenuta a quanto pare da qualche documento - è che

avesse visto la luce al Cairo nel 1929. Ma a lui, in quanto leader della nazione

palestinese, conveniva dire d'esser nato in Palestina. Solo che faceva una gran

confusione sul luogo di nascita: una volta dicendo Gerusalemme, un'altra Gaza.

Del resto, la sua carriera era cominciata proprio a forza di falsità, esagerazioni

propagandistiche, fandonie.

S'era nel 1965, e il gruppo che Arafat aveva fondato qualche anno prima, al Fatah,

cominciò a organizzare i primi attentati in territorio israeliano. Poca roba, qualche

congegno esplosivo che spesso non esplodeva. Ma all'indomani d'ogni operazione

armata dei suoi uomini (che operavano dal Libano, dalla Giordania, o dalla Striscia

di Gaza allora sotto controllo egiziano), nei villaggi palestinesi venivano distribuiti

centinaia di volantini che raccontavano di danni giganteschi inferti all'esercito israeliano:

carri armati distrutti, depositi di munizioni fatti saltare, battaglioni d'ebrei in fuga.

L'apice di queste rodomontate fu raggiunto nel '68, quando gli israeliani tentarono una

spedizione punitiva contro il villaggio di Karameh, subito al di là del Giordano, da dove

partivano le incursioni dei palestinesi. All'approssimarsi dei tank d'Israele, Arafat e i

suoi guerriglieri si dileguarono: ma i giordani intervennero, lo scontro fu duro, gli

israeliani persero ventisette uomini e una decina di carri. Bene: l'indomani Arafat

sguinzagliò in tutta la Cisgiordania occupata i suoi attivisti, che andando di porta in

porta e distribuendo volantini attribuirono ad al Fatah la vittoria di Karameh. Non

era vero, ma funzionò. I palestinesi ci credettero.

Fu allora, trentasei anni fa, che il suo genio politico affiorò evidente. Arafat (che

intanto s'era dato un nome di battaglia, Abu Ammar) aveva capito infatti una cosa

fondamentale: che i palestinesi erano pronti alla resistenza. Settecentomila erano

stati espulsi dalle loro case con la guerra del '48-'49, decine di migliaia erano fuggiti

dinanzi al dilagare dell'esercito israeliano nel '67, e quelli che erano restati a Gaza e

in Cisgiordania vivevano adesso sotto l'occupazione militare. Questo mentre in Israele

affioravano i progetti espansionistici: mentre i religiosi inneggiavano al recupero delle

terre bibliche, e persino tra i laici si faceva strada l'insensata certezza che Gaza, la

Giudea e la Samaria, le alture del Golan e Gerusalemme sarebbero state pian piano

annesse nel totale silenzio della comunità internazionale, e senza vere, preoccupanti

reazioni da parte palestinese.

Non era così. Tra i palestinesi, il sentimento dell'ingiustizia subita, la separazione delle

famiglie, i primi espropri di terre per uso militare (più tardi sarebbero venuti espropri

assai più vasti e spietati per installare le colonie ebraiche), s'andavano componendo

in un moto di rivolta. E Arafat rappresentò per il suo popolo la possibilità di rivoltarsi.

Gli offrì l'abbozzo d'una organizzazione politico-militare capace di colpire l'occupante,

e allo stesso tempo di trascinare la questione palestinese sulla scena internazionale.

Così che il mondo potesse giudicare di chi erano le ragioni, e di chi i torti, per quel che

stava accadendo in Palestina.

Il pensiero che un partito della resistenza fosse ormai in campo per opporsi all'occupazione,

rianimò un popolo sconfitto cui si stava strappando tutto: la terra, le acque, l'identità.

Accese tra le baracche dei profughi la speranza d'ottenere, un giorno, giustizia. Sembra

incredibile, perché al Fatah era a quel tempo una realtà trascurabile tanto sul piano

militare quanto su quello politico. Eppure Yasser Arafat riuscì a trasformare il mondo

palestinese: le masse di pezzenti accampati nel fango tra Siria, Libano e Giordania, la

popolazione di contadini che da Nablus a Gaza chinavano la testa ad ogni incontro

con una pattuglia israeliana, la piccola borghesia e gli intellettuali di Gerusalemme.

In sei o sette anni li trasformò in una nazione che esigeva il proprio diritto all'indipendenza.

E infatti i palestinesi lo chiamavano al Walid, il padre fondatore.

Il metodo di lotta di al Fatah era il terrorismo? Sì: lo stesso metodo con cui si combatteva

nella regione già da vari decenni, e che era stato largamente, sanguinosamente usato

dai sionisti per giungere alla fondazione d'Israele. Intanto, la leggenda di Al Walid lievitava.

Non solo adesso Arafat viaggiava per tutto il mondo ricevuto con rispetto da ministri e

leader politici, ma sembrava assistito da una straordinaria fortuna. Un gatto: Abu Ammar

ha sette vite come un gatto, ci dicevano beati i palestinesi nei caffè di Hebron o nelle

botteghe di Nablus. E infatti, quante volte era sfuggito alla morte.

Lui si vantava d'aver subito quaranta attentati, e questa era una delle sue tipiche fandonie.

Ma che gli israeliani avessero cercato in molte occasioni di farlo fuori, questo è certo.

L'avevano inseguito a sud del Libano, nell''82 a Beirut bombardavano ogni notte gli

edifici in cui si pensava fosse andato a dormire, a Tunisi nell''85 gli aerei scaricarono

una ventina di missili sul suo quartier generale, nel marzo 2002 gli ridussero in macerie

gli uffici della Moqata a Ramallah.

Entrate nel folklore palestinese, divenute letteratura patriottica, queste avventure gli

avevano conferito un alone d'invincibilità. Sicché anche nel pieno delle crisi peggiori,

quelle che sembravano definitive (la fuga da Amman nel '70, la cacciata da Beirut nell''82),

i palestinesi sapevano che prima o poi sarebbe tornato in scena. E infatti a un certo punto,

immancabilmente, vi tornava. Come la mattina che tornò a Gaza, nel '94, dopo i dodici

anni dell'esilio tunisino, e noi cronisti assistemmo a scene d'entusiasmo mai viste prima,

folle immense che gridavano, piangevano, illuse d'essere alla fine del loro calvario.

Negli ultimi tempi era diverso, perché le dimensioni della catastrofe, i lutti, la miseria

erano divenuti tali che i palestinesi non potevano non imputare ad Arafat le imprevidenze

e gli errori della seconda Intifada. Ma per trent'anni il suo popolo lo ha adorato. Perché

aveva impersonato la speranza del riscatto, e fatto rinascere dalle ceneri, dopo tante

sconfitte e umiliazioni, l'orgoglio e l'identità palestinese. Un'identità negata inesorabilmente -

sino agli accordi di Oslo, e poi di nuovo con l'avvento di Sharon - dai governi israeliani,

non importa se buoni o cattivi, di destra o sinistra, per i quali la rivolta all'occupazione, la

resistenza all'annessione strisciante dei Territori erano solo e soltanto terrorismo antisemita.

E, certo, il declino di quest'ultimo anno non avrebbe potuto essere più malinconico.

I giorni gloriosi della cerimonia nel giardino della Casa Bianca con Clinton e Rabin, e quelli

del Nobel per la pace, erano ormai lontani. Adesso era confinato nella Moqata senza

potersi muovere, poche stanze puzzolenti da cui usciva nelle belle giornate, come i carcerati

all'ora d'aria, per sedersi sui gradini verso il cortile con gli occhi rivolti al cielo. L'ondata dei

kamikaze, il fondato sospetto che egli vi avesse in certa misura a che fare, avevano diradato

le visite importanti. Manteneva strette in mano le magre finanze dell'Autorità palestinese, e

da questo traeva l'ultimo residuo del vecchio potere.

Indicare quale sia stata la massima delle colpe di Yasser Arafat, non è difficile. Fu quella

di non aver mai detto alla sua gente tutta la verità: e cioè che il ritorno alle terre abbandonate

nel '48, non sarebbe più stato possibile. Che bisognava sapere in partenza che Israele era

ormai una realtà inamovibile, per cui il massimo da ottenere dopo un accordo di pace era

un compromesso: dare qualcosa per ottenere in cambio qualcos'altro. E invece Arafat non

fu mai chiaro. Non seppe o non volle estirpare dalla testa dei palestinesi l'idea d'una rivincita

totale. Non disse mai, ai profughi che le conservavano gelosamente, di gettar via le chiavi

dello loro case perdute, dato che in quelle case nascevano ormai da decenni bambini israeliani.

In questo tragico errore, egli non era d'altronde solo. Anche la classe politica israeliana,

infatti, taceva ai propri elettori la verità. Vale a dire che non si sarebbero potute mantenere

all'infinito le terre conquistate nel '67, che il progetto d'una Grande Israele s'era rivelato

insostenibile, e che al popolo palestinese andavano riconosciuti i suoi diritti. Sommatesi

l'una all'altra, la menzogna di Arafat e quella dei governanti d'Israele hanno prodotto la

catastrofe.

(12 novembre 2004)




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