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Iran


5 dicembre 2005

Iran, terzo motivo di preoccupazione per il popolo iraniano

Il terzo motivo di timore, quello più importante nel lungo periodo, è tutto interno al mondo islamico e sta nella guerra, esistente da sempre, tra sunniti e sciiti.

Con la forte espansione del fondamentalismo islamico wahabita, il mondo sciita è sotto assedio in tutti i paesi islamici dove questa minoranza è continuamente sotto attacco.

A partire dall’Iraq, dove la situazione è più complessa, al Pakistan, stiamo assistendo a continue stragi di fedeli sciiti, dalle moschee ai mercatini rionali, ogni giorno si fa il conto dei morti.

Il famoso Califfato che parte dall’India per arrivare al Mediterraneo non prevede una presenza sciita al suo interno, di conseguenza prevede la distruzione dello Stato Persiano come di quello di Israele (per ironia uniti in un’unica sorte).

Per comprendere meglio il problema bisogna analizzare la situazione afgana degli ultimi trent’anni e l’espansione del wahabismo.

I Wahabiti sono i seguaci di Muhammad ibn Abd al-Wahhab, vissuto nel diciottesimo secolo.

Il movimento predicava il ritorno alla purezza originale della fede e lottava contro le degenerazioni politeistiche del culto dei santi, contro le tentazioni del misticismo ed aveva una forte caratterizzazione iconoclasta. A metà secolo l’emiro Muhammad Ibn Saud si unì ad Abd al-Wahha, fungendo da braccio temporale del movimento.

I Sauditi così cominciarono ad impersonificare il wahabismo e nel 1924, con l’aiuto dell’Impero Britannico, diedero origine al Regno Saudita conquistando quasi tutta la penisola Araba.

Da quel momento ha inizio l’espansionismo del fondamentalismo Wahabita. Pochi anni dopo nasceranno in Egitto i “fratelli musulmani”, sempre legati a questa ideologia, ma il massimo dell’espansione si ha con l’occupazione sovietica in Afghanistan quando, da tutto il mondo si chiamano a raccolta, presso le madrasse pachistane, i volontari per combattere l’infedele, naturalmente sempre con l’ingente aiuto finanziario Saudita, unito a quello statunitense ed al supporto logistico del regime pakistano di Zia.

Finita l’occupazione sovietica dell’Afghanistan l’Intelligence statunitense si ritira dalla zona, affidandosi unicamente all’Isi, intelligence pakistana, completamente in mano a militari vicinissimi al fondamentalismo Wahabita.

In primo momento il Pakistan si appoggia, in terra afgana, al Hizb e Islam di Galbuddin Hekmatyar, ma ben presto ci si rende conto che il suo seguito è inesistente, che la sua potenza militare è limitate e che il personaggio è del tutto inaffidabile.

Allora si ricorre alla creazione di un movimento interno da poter controllare tranquillamente: nasce così, dalle madrasse pakistane, il movimento dei Talebani, gli studenti di dio.

Ma qual è il motivo di tanto interesse da parte del Pakistan per questa terra di sassi e pastori?

I motivi sono due.

Dopo la nascita del Pakistan, nel 1948, è subito iniziata una disputa con l’Afghanistan su alcune rivendicazioni territoriali.

Nel 1954 si raggiunse un accordo con il quale venne diviso il Pashtunistan in due parti e l’accordo prevedeva che la parte concessa al Pakistan tornasse all’Afghanistan entro la fine del secolo.

Con il regime talebano, di fatto in mano pakistana, questa ipotesi veniva scongiurata.

Il secondo motivo è puramente economico.

L’Afghanistan, da sempre crocevia commerciale tra est ed ovest, con il mare di petrolio delle ex Repubbliche Sovietiche dell’Asia Centrale, diventa un interessantissimo passaggio tra queste e l’Oceano Indiano, facendo diventare Karachi il terminal petrolifero più importante del mondo bypassando il “poco affidabile” Iran.

Agli interessi pakistani si uniscono gli interessi di altri due Paesi: l’Arabia Saudita che vede nel regime talebano la nascite di un fedele alleato Wahabita da dove esportare la dottrina in tutti i Paesi musulmani dove stanno già lottando gruppi di fondamentalisti che, con ogni mezzo, tentano di prendere il potere e poter instaurare regimi con la legge della Sharija.

Il secondo Paese sono gli Stati Uniti. Con un Afghanistan amico si ottengono due risultati economici e geopolitici.

Dal punto di vista economico, scippando, con metodi poco ortodossi, l’idea e le concessioni alla società argentina Bridas, si vedono, di fatto, diventare quasi esclusivisti del petrolio e del gas centroasiatico. Dal punto di vista geopolitico, il risultato è quello di tagliare fuori dalle vie del petrolio sia l’Iran che la Russia.

Sono uscito un po’ fuori tema, ma torniamo all’Iran ed alle popolazioni sciite, il pericolo economico è limitato, dato che la produzione interna e l’accesso al Golfo Persico non sono messe in discussione, certo è che la via iraniana del petrolio      centroasiatico sarebbe la più logica e la più economica. Altro fatto è l’isolamento e l’accerchiamento di quelle popolazioni sciite che vanno dagli azara di Herat agli sciiti iracheni, passando per la Persia ed è qui che, credo, si fa sempre lo sbaglio più grande, accomunando gli iraniani con il mondo arabo (provate a dare dell’arabo ad un persiano…), e l’assoluta legittimità della richiesta e della volontà di dotarsi di armamenti nucleari va vista in questa logica difensiva, non tanto dalla prepotenza e tracotanza del mondo occidentale, soprattutto anglosassone ma, soprattutto, dal mondo fondamentalista arabo, Wahabita in particolare.

 




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27 novembre 2005

Tre seri motivi per essere preoccupati per il popolo iraniano

Premetto che sono contrario al nucleare, civile (almeno per ora) e tantopiù militare, ma dato che sono ben nove i paesi che detengono armamenti atomici, nessuno dei quali ha intenzione di fare un passo indietro (a partire dal Pakistan, per finire con Israele, passando per gli altri paesi “civili” o meno), il diritto a possedere tali armi si estende automaticamente a tutti i paesi della terra, simpatici o meno, “civili” o meno, amici o nemici, Iran compreso.

Non è che la cosa mi rallegri molto ma, come ho detto più volte, mi inquieta molto più l’atomica in mano pakistane che in quelle iraniane e credo che la cosa dovrebbe inquietare molti attuali amici del Pakistan, Israele in primis, senza escludere proprio il nemico di sempre:  l’Iran.

 

Partiamo dalle parole di Ahmadinejad che tanto scalpore hanno suscitato, tanta giusta indignazione e vigorose proteste.

Sinceramente non condivido e non capisco la paura per Israele per due semplici motivi:

prima di tutto quelle parole fatto parte di un lessico usato e strausato da anni e non solo dagli iraniani,

in secondo luogo Israele è una potenza nucleare che possiede ben 150 testate atomiche e discreti apparati di difesa e penso che nessun Capo di Stato accetterebbe la sicura distruzione del proprio paese attaccando il Paese Ebraico.

 

Il primo timore per il popolo iraniano parte proprio da quelle parole di Ahmadinejad, sono il chiaro segnale che la situazione interna in Iran è cambiata.

Nonostante il Presidente Khatami sia riuscito a cambiare poco, la situazione negli ultimi dieci anni era migliorata ed il vento riformista sembrava portare qualcosa di veramente nuovo.

Ma il vecchio potere degli Ayatollah, rimasto arroccato su se stesso e avendo in mano il potere giudiziario e di controllo, è riuscito a bloccare tutte le riforme richieste da una  popolazione che ha anche il pregio e la fortuna di essere in maggioranza formata da giovani sotto i trent’anni.

Con l’attuale presidente anche i poteri esecutivo e legislativo è tornato ai vecchi komeinisti ed il distacco tra il Paese e la sua classe dirigente si sta allontanando sempre di più e questo è foriero di bruttissimi presagi per un futuro prossimo della Nazione e del suo popolo.

Le parole di Ahmadinejad rivolte contro Israele, in realtà erano un minaccioso avvertimento al popolo iraniano.

 

Il secondo motivo di timore è legato alle pruderies occidentali, statunitensi in particolare.

Dopo la “passeggiata” irachena del 2003, il mirino era gia puntato sull’Iran, ma non sempre i conti tornano, specialmente se queste passeggiate si organizzano con un’intelligence interessata o addirittura inesistente.

Già in passato la scelta di appoggiare o, almeno chiudere gli occhi sul il regime afgano dei talebani, è stato tutto in chiave antiraniana. Preferire la costruzione di oleodotti in territorio afgano anziché privilegiare la più facile via iraniana è stato uno dei tanti stratagemmi per isolare ed accerchiare economicamente il paese persiano.

Il catastrofico andamento della guerra in Iraq, rende, di fatto, questo pericolo più remoto.

Il terzo motivo è molto più complesso e vale la pena di affrontarlo più approfonditamente.

(continua)




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9 novembre 2005

Iran 3, se...

 

 

 

Se la Cia non fosse intervenuta

 

 

AhmedBouzid

 

 

I

 

Immaginate se il 19 agosto del 1953 fosse arrivato e passato, senza avvenimenti degni di nota. Immaginate se l'operazione Ajax, coordinata dal MI6 britannico e dalla CIA americana, che rovesciò la giovane democrazia iraniana di Mohammed Mossadeq, fosse rimasta per sempre solo un progetto sulla carta.

Immaginate se fosse stato permesso a Mossadeq, formato in occidente e leader carismatico appoggiato massicciamente dalla nascente borghesia iraniana, di condurre pacificamente il suo paese verso la prima vera democrazia mussulmana in Medio Oriente. Ed immaginate se al suo governo fosse stato concesso di assumere gli obblighi e le responsabilità stabilite dalla costituzione del 1906, e se allo scià fosse stato consentito di regnare ma non di governare, come di nuovo stabilito dalla costituzione iraniana, ed immaginate se Gran Bretagna e Stati Uniti non fossero state istigate da società petrolifere furibonde per la nazionalizzazione voluta da Mossadeq degli interessi petroliferi in Iran, ma invece fossero rimaste fuori dagli affari dell'Iran e non fossero intervenute.
Immaginate quello che probabilmente sarebbe accaduto.

Senza quel colpo di stato, l'Iran avrebbe probabilmente continuato a costruire una democrazia solida ed allargata, che avrebbe portato ad una stabilità di gran lunga più duratura di quella che lo scià - da sempre visto, agli occhi della sua gente, come un burattino dell'Occidente debole e facilmente manipolabile - non riuscì mai a creare.

Senza quel colpo di stato, l'Iran democratico avrebbe da tempo spazzato via il mito secondo cui Islam e democrazia non sono compatibili. Fatto più importante, l'Iran, nazionalista ed anti-colonialista com'era, sarebbe splendidamente servito da modello per le dozzine di stati arabi e mussulmani che avevano da poco guadagnato, o erano sul punto di guadagnare, l'indipendenza dall'occupazione coloniale, evitando in questo modo il loro allineamento al blocco sovietico così come l'ascesa di criminali interni e dittatori.

Senza quel colpo di stato, gli ayatollah, che avevano sostenuto il colpo di stato contro Mossadeq, non avrebbero mai raggiunto il loro prestigio politico. Di fatto lo scià vide negli ayatollah conservatori i perfetti partner contro il radicalismo della sinistra ed il liberalismo della borghesia.

Se quel colpo di stato non avesse avuto luogo e se agli ayatollah non fosse stato dato il prestigio politico di cui hanno goduto sotto lo scià, la rivolta del giugno 1963, alimentata dal malcontento dei religiosi per i tentativi di modernizzazione dello scià, altresì non sarebbe mai avvenuta.

E quindi, alla rivolta non sarebbe seguita nessuna dura repressione, né un religioso poco noto, un certo Ayatollah Ruhollah Khomeini, avrebbe guadagnato l'attenzione internazionale come leader spirituale di quel confronto contro lo scià.

Senza quel colpo di stato, Khomeini sarebbe rimasto un religioso poco noto. E invece, venne esiliato per 14 anni, un periodo durante il quale coltivò la sua immagine da quella di leader carismatico a quella di sacro messia tornato in terra. E durante quei 14 anni, mentre veniva sempre più oscurata la prospettiva di un Iran veramente democratico, il radicalismo islamico, associando tutto ciò che è Occidentale all'odiato scià ed ai suoi sostenitori - principalmente gli Stati Uniti - guadagnava una presa più profonda sulle passioni di una giovane generazione sempre più frustrata.

Senza quel colpo di stato, non ci sarebbe stata una "crisi degli ostaggi", e gli Stati Uniti non avrebbero troncato le relazioni con l'Iran ed imposto le sanzioni economiche. Entrambe le azioni sono oggi, a più di vent'anni di distanza, ancora in vigore.

Senza quel colpo di stato, Saddam Hussein non avrebbe mai osato invadere l'Iran nel settembre del 1980. Gli Stati Uniti non avrebbero mai parteggiato per il dittatore iracheno e non si sarebbero impegnati in una politica volta ad assicurare la vittoria dell'Iraq. Non avrebbero fornito a Hussein un aiuto decisivo e non avrebbero chiuso un occhio davanti ai suoi enormi crimini contro la sua gente.

Senza quel colpo di stato, Hussein non si sarebbe ritrovato ad essere, alla fine della guerra con l'Iran, il comandante di uno dei più grandi eserciti nel Medio Oriente.

Cosa più importante, non avrebbe mai avuto la convinzione che, finché avesse circoscritto le sue aggressioni ai fratelli mussulmani e finché avesse lasciato fuori Israele, il mondo l'avrebbe solo denigrato e condannato, ma non avrebbe reagito.

Senza quel colpo di stato, è probabile che l'Iraq non avrebbe mai invaso il Kuwait, e gli Stati Uniti non avrebbero dovuto orchestrare una massiccia campagna militare contro il suo esercito, senza considerare le basi costruite sul suolo Saudita. Non si sarebbero sentiti discorsi su diritti umani e legge internazionale che suonano totalmente privi di senso ed ipocriti ad orecchi arabi e mussulmani.

Immaginate una nuova era della politica estera - un'era in cui la legge internazionale è presa sul serio, rispettata, in cui le democrazie sovrane sono incoraggiate, nutrite, applaudite, piuttosto che combattute, soffocate ed uccise. Immaginate se noi abbandonassimo, una volta e per sempre, le velenose dottrine del "Cancelliere di Ferro" Bismarck e di Henry Kissinger, e se invece sottoscrivessimo quelle di Amnesty International e del Human Rights Watch. Immaginate se noi prendessimo sul serio le Nazioni Unite e l'Aja, invece di trattarli come tribunali illegali in cui solo le cause sponsorizzate dai forti e dai potenti sono perseguite con vigore, mentre le altre ingiustizie sono trascurate e disprezzate.

Quanti milioni di vite avremmo salvato, e quanto oggi sarebbe più prospero e più sicuro il mondo?





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9 novembre 2005

Iran 2, l'amico amerikano

Rivelazioni sul colpo di stato contro mossadeq
Iran 1953, il complotto della Cia


Il 19 marzo scorso (2000 ndG), la segretaria di stato americana Madeleine Albright riconosceva per la prima volta il «coinvolgimento» degli Stati uniti nel colpo di stato che, nel 1953, aveva fatto cadere il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq. Se le circostanze di quell'operazione non sono ancora del tutto chiare, un rapporto della Cia, divulgato nell'aprile scorso dal New York Times, rivela quale fu il ruolo dei servizi segreti di Londra e di Washington in questa vicenda, che capovolse i rapporti di forza in Medioriente.

di MARK GASIOROWSKI*
Qualche mese fa, il New York Times ha ricevuto il rapporto ufficiale del colpo di stato organizzato nel 1953 dalla Cia contro il primo ministro iraniano Mohammed Mossadeq e, il 16 giugno scorso, lo ha pubblicato sul suo sito web (1). Dal documento erano stati cancellati i nomi di varie personalità iraniane coinvolte, ma bastava collegarsi a un altro sito per poterli leggere per intero (2). Questo documento avvincente contiene importanti rivelazioni sul modo in cui fu condotta quell'operazione e chiunque si interessi alla politica interna iraniana o alla politica estera statunitense dovrebbe leggerlo. Il colpo di stato avvenne in un periodo di grande fermento per la storia iraniana, nel momento in cui la guerra fredda era al suo culmine.
Mossadeq era allora leader del Fronte nazionale, organizzazione politica fondata nel 1949 che mirava alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera, all'epoca sotto controllo britannico, e alla democratizzazione del sistema politico. Due questioni che avevano grande presa sulla popolazione, tanto che il Fronte nazionale era diventato rapidamente l'attore principale sulla scena politica iraniana. Nel 1951, lo scià Mohammed Reza Pahlavi si vide costretto a nazionalizzare l'industria petrolifera e a nominare Mossadeq primo ministro, mettendosi in aperto conflitto con il governo britannico. La Gran Bretagna reagì organizzando un embargo totale contro il petrolio iraniano e avviando una serie di manovre a lungo termine con l'obiettivo di rovesciare Mossadeq.
Gli Stati uniti decisero inizialmente di restare neutrali e incoraggiarono i britannici ad accettare la nazionalizzazione, cercando, allo stesso tempo, di negoziare un compromesso, e arrivando fino al punto di far desistere Londra, nel settembre 1951, dall'idea di invadere l'Iran.
Sebbene numerosi dirigenti americani ritenessero che l'ostinazione di Mossadeq creasse un clima di instabilità politica che esponeva l'Iran al rischio di «passare dall'altra parte della cortina di ferro» (pagina III del rapporto), l'atteggiamento di neutralità fu mantenuto fino alla scadenza dell'amministrazione di Harry S. Truman nel gennaio 1953. Nel novembre 1952, poco dopo l'elezione alla presidenza degli Stati uniti del generale Dwight D. Eisenhower, alcuni alti responsabili britannici proposero ai loro omologhi americani di organizzare congiuntamente un colpo di stato contro Mossadeq. La risposta fu che l'amministrazione uscente non avrebbe mai intrapreso una tale operazione, ma quella di Eisenhower, che sarebbe entrata in carica a gennaio, avrebbe probabilmente accettato, vista la sua determinazione ad intensificare la guerra fredda.
Il rapporto della Cia racconta in modo chiaro il modo in cui fu preparata l'operazione. Ottenuta l'autorizzazione del presidente Eisenhower nel marzo 1953, gli ufficiali della Cia studiano il modo in cui organizzare il colpo di stato e iniziano a porsi il problema della sostituzione del primo ministro. La loro scelta cade subito su Fazlollah Zahedi, un generale in pensione che aveva già complottato con i britannici.
A maggio, un agente della Cia e un esperto dell'Iran che lavora per il Secret Intelligence Service (Sis) britannico trascorrono due settimane a Nicosia, sull'isola di Cipro, per mettere a punto una prima versione del piano. Questa bozza preparatoria sarà poi rivista da altri responsabili della Cia e del Sis, che ne elaboreranno una versione definitiva a Londra a metà giugno. Il piano finale prevede sei fasi principali. In primo luogo, la sezione iraniana della Cia e la principale rete di spionaggio britannica in Iran, diretta all'epoca dai fratelli Rashidan, dovevano destabilizzare il governo Mossadeq con azioni di propaganda e altre attività politiche clandestine. In seguito, Fazlollah Zahedi avrebbe costituito una rete di ufficiali in grado di compiere il colpo di stato. In terzo luogo, la squadra della Cia doveva «comprare» la collaborazione di un numero sufficiente di parlamentari iraniani per assicurarsi l'ostilità del potere legislativo a Mossadeq. Poi, bisognava ottenere l'appoggio dello scià sia al colpo di stato che a Zahedi, anche se si era deciso che l'operazione sarebbe stata comunque portata avanti, con o senza l'accordo del monarca.
A questo punto, la Cia doveva tentare di rovesciare Mossadeq in modo «quasi legale» (pagina A3), provocando cioè una crisi politica che avrebbe portato il Parlamento a destituirlo. Secondo il piano, la crisi doveva essere provocata facendo organizzare ai leader religiosi manifestazioni di protesta, che avrebbero persuaso lo scià ad abbandonare il paese e creato una situazione tale da spingere Mossadeq a dimettersi.
Infine, se il tentativo fosse fallito, la struttura militare messa in piedi da Fazlollah Zahedi si sarebbe impossessata del potere con l'aiuto della Cia. «Con qualunque mezzo» Le prime tre fasi erano in realtà già state avviate prima della messa a punto del «piano di Londra». Il 4 aprile, la sezione della Cia di Tehran riceve un milione di dollari destinati «a far cadere Mossadeq con qualunque mezzo» (pagina 3). A maggio, scatena, insieme ai fratelli Rashidian, una campagna di propaganda contro Mossadeq e, presumibilmente, organizza altre azioni clandestine contro di lui. Gli sforzi vengono accelerati nel corso delle settimane che precedono il colpo di stato (pagina 92).
La Cia prende contatto con Fazlollah Zahedi in aprile, versandogli 60.000 dollari (e forse anche di più) affinché «trovi nuovi alleati e influenzi personalità di primo piano» (pagina B15). Il resoconto ufficiale nega che siano stati comprati ufficiali iraniani (pagina E22); è tuttavia difficile immaginare in quale altro modo abbia potuto Zahedi spendere questi soldi. La Cia si accorge rapidamente che quest'ultimo «è sprovvisto della necessaria determinazione, dell'energia e di una concreta strategia» e non è quindi in grado di mettere in piedi una struttura militare capace di portare a compimento il colpo di stato. Il compito viene dunque affidato ad un colonnello iraniano che già lavorava per la Cia.
Alla fine di maggio del 1953, la sezione della Cia è autorizzata a investire circa 11.000 dollari a settimana per assicurarsi la cooperazione dei parlamentari. Aumenta sensibilmente l'opposizione a Mossadeq, il quale reagisce invitando i parlamentari che gli sono fedeli a dimettersi, così da far mancare il numero legale e portare allo scioglimento del Parlamento. Per contrastarlo, la Cia cerca allora di convincere alcuni parlamentari a ritirare le dimissioni. All'inizio di agosto, Mossadeq organizza un referendum truccato nel corso del quale gli iraniani si pronunciano in massa a favore dello scioglimento e per nuove elezioni. Questo impedisce ormai alla Cia di portare avanti le sue azioni «quasi legali», anche se continua a far uso della propaganda per accusare Mossadeq di aver falsificato il referendum.
Il 25 luglio, la Cia inizia un'opera di «pressione» e una lunga serie di «manovre» per persuadere lo scià ad appoggiare il colpo di stato ed accettare la nomina di Fazlollah Zahedi a primo ministro. Nelle tre settimane successive, quattro inviati incontrano lo scià quasi ogni giorno per convincerlo a collaborare. Il 12 o il 13 agosto, quest'ultimo, malgrado le reticenze, finisce per accettare e firma i decreti reali (firman) che portano alla destituzione di Mossadeq e alla nomina di Zahedi al suo posto. Ad agire in tal senso l'avrebbe persuaso la regina Soraya (pagina 38).
I punti oscuri del rapporto Il 13 agosto, la Cia incarica il colonnello Namatollah Nassiri di consegnare i firman a Zahedi e Mossadeq. Ma le lungaggini dei negoziati con lo scià hanno fatto trapelare il segreto, tanto più che uno degli ufficiali coinvolti svela l'esistenza di un complotto. Mossadeq fa arrestare Nassiri, nella notte tra il 15 e il 16 agosto proprio mentre questo si appresta a consegnare il primo decreto. Poco dopo, altri congiurati subiscono la stessa sorte. Preparata a una simile eventualità, la Cia aveva preparato alcune unità militari favorevoli a Zahedi ad impadronirsi di alcuni punti nevralgici di Tehran e compiere il colpo di stato. Ma gli ufficiali responsabili si eclissano al momento dell'arresto di Nassiri, provocando il fallimento di questo primo tentativo di golpe. Zahedi e altri responsabili del complotto si rifugiano allora in diversi nascondigli predisposti dalla Cia. Lo scià fugge in esilio, prima a Baghdad, poi a Roma, e Kermit Roosevelt, direttore della sezione locale della Cia, annuncia a Washington che il colpo di stato è fallito. Poco dopo, riceve l'ordine di interrompere l'operazione e rientrare negli Stati uniti.
Ma Kermit Roosevelt e la sua squadra decidono allora di improvvisare un secondo tentativo. Cominciano a distribuire ai media copie dei decreti dello scià, per mobilitare l'opinione pubblica contro Mossadeq.
I giorni successivi, i due principali agenti iraniani portano avanti, con lo stesso obiettivo, una serie di operazioni «occulte». Per aizzare gli iraniani credenti contro Mossadeq, proferiscono minacce telefoniche ai capi religiosi e «inscenano un attentato» contro la casa di un ecclesiastico (pagina 37), facendosi passare per membri del potente partito comunista Tudeh. Il 18 agosto, organizzano una serie di manifestazioni i cui partecipanti sostengono di essere membri del Tudeh. Su istigazione di questi due agenti, i manifestanti saccheggiano la sezione di un partito politico, abbattono statue dello scià e di suo padre e seminano il panico a Tehran. Rendendosi conto di ciò che sta accadendo, il Tudeh invita i suoi iscritti a non uscire di casa (pp. 59, 63 e 64), il che impedisce loro di opporsi ai manifestanti anti-Mossadeq che il giorno seguente invadono le strade.
La mattina del 19 agosto, questi ultimi cominciano a riunirsi nei pressi del bazar di Tehran. Il resoconto della Cia definisce queste manifestazioni «semi-spontanee», ma aggiunge che «le circostanze favorevoli create dall'azione politica [della Cia] contriburono a farle esplodere» (pagina XII). In effetti, la divulgazione dei decreti dello scià, le «false» manifestazioni del Tudeh e le altre operazioni «occulte» portate avanti nei giorni precedenti hanno spinto numerosi iraniani ad unirsi a tali manifestazioni. Diversi agenti iraniani della Cia conducono allora i manifestanti nel centro di Tehran e convincono le unità dell'esercito a seguirli, incitando la folla ad attaccare il quartier generale di un partito favorevole a Mossadeq e ad incendiare un cinema e diverse redazioni di giornali (pp. 65, 67 e 70). Le unità militari ostili a Mossadeq cominciano allora ad assumere il controllo di Tehran, impadronendosi delle stazioni radio e di altri punti chiave. Esplodono violenti gli scontri, ma le forze favorevoli al primo ministro sono sconfitte.
Mossadeq si nasconde, ma il giorno dopo si arrende.
Il resoconto della Cia lascia in sospeso due questioni fondamentali.
Innanzitutto, non chiarisce l'origine del tradimento che ha fatto fallire il primo tentativo di golpe, accontentandosi di ridurre il motivo di tale fallimento «alle rivelazioni di uno degli ufficiali dell'esercito iraniano coinvolti» (pagina 39). Inoltre, non spiega in che modo l'azione politica della Cia abbia favorito l'organizzazione delle manifestazioni del 19 agosto, né quanto abbia inciso sul loro inizio. Altri resoconti del colpo di stato basati su interviste a partecipanti di primo piano suggeriscono che la Cia avrebbe fornito indirettamente denaro ai capi religiosi, i quali probabilmente non erano al corrente dell'origine di tali fondi. Ma questa versione non è confermata dal rapporto della Cia. E, visto che la quasi totalità delle persone coinvolte è oggi deceduta e la Cia sostiene di aver distrutto la maggior parte degli archivi riguardanti l'operazione, tali dilemmi sono probabilmente destinati a rimanere insoluti. È anche difficile riuscire a capire chi vi sia all'origine della fuga di notizie che ha permesso la divulgazione di questo rapporto ufficiale e quale sia il vero scopo di questa fuga. Nell'articolo pubblicato il 16 aprile scorso, in cui rendeva nota una parte del rapporto, il New York Times spiegava soltanto che il documento era stato fornito da un «ex ufficiale che ne aveva ancora una copia».
Casualmente, un mese prima, la segretaria di stato Madeleine Albright aveva ammesso per la prima volta, durante un importante discorso destinato a promuovere il riavvicinamento tra Stati uniti e Iran, il coinvolgimento del governo americano nel colpo di stato e aveva chiesto scusa (3). Molti ritengono che la fuga di notizie sia stata deliberatamente organizzata dal governo o da una persona decisa a sostenere l'iniziativa della Albright. Ammesso che sia vero, è tuttavia difficile credere che il rapporto avrebbe potuto essere divulgato nella sua integralità, anche se una simile eventualità non si può del tutto escludere.

note:

*Professore di scienze politiche all'Università di stato della Luisiana, Baton-Rouge.

(1) www.nytimes.com/library/world/mideast/ iran-cia-intro.pdf. Il documento è datato 1954 e firmato Donald N. Wilber.

(2) http://cryptome.org/cia-iran.htm. La tecnica usata dal New York Times era inefficace: bastava utilizzare un computer lento per leggere i nomi prima che comparisse la mascherina oscurante.

(3) Le Monde, 20 marzo 2000. (Traduzione di S.L.) 




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8 novembre 2005

Iran 1, un po' di storia

 

GLI ANNI PRECEDENTI LA RIVOLUZIONE

 

All'inizio dello scorso secolo, la Gran Bretagna ottiene dallo Sciah il diritto esclusivo di cercare petrolio in Iran, per 60 anni. Viene fondata a Londra la Anglo-Persian Company, che realizza, fino al 1950, profitti di 180-200 milioni di sterline con l'estrazione di 31.750.000 tonnellate di petrolio grezzo. Lo stato persiano riceve le briciole di questi enormi profitti: appena 16 milioni, ossia il 9% sul totale. In questo stesso periodo, le condizioni della popolazione sono peggiorate. L'80% della popolazione e' denutrita; il consumo medio di pane e' il piu' basso del Medioriente; la mortalita' infantile nel primo anno di vita arriva al 51%; la vita media dei contadini sfiora i 40 anni; l'attrezzatura ospedaliera e' pressocche' inesistente. Nel 1950 Mohammed Mossadeq, capo del Fronte Nazionale, tiene in Parlamento il suo primo discorso sulla necessita' di nazionalizzare l'industria petrolifera: "E' necessario porre fine a questa insostenibile situazione nel nostro paese. (...) Con l'eliminazione del potere della Compagnia inglese verrebbero al tempo stesso eliminati la corruzione e gli intrighi che finora hanno esercitato la loro nefasta influenza sulla politica interna del nostro paese. Cessata la tutela inglese, la Persia raggiungera' la sua indipendenza politica ed economica. Lo stato iraniano dovrebbe prendere nelle sue mani la totalita' della produzione di petrolio. La Compagnia non avra' altro da fare che restituire al legittimo proprietario la sua proprieta'. (...) La Persia con la nazionalizzazione non subira' perdite economiche, anche se invece dei 30 milioni di tonnellate di petrolio grezzo estratti nel 1950 si potranno produrre solo 10 milioni di tonnellate. (...) Infatti ricaveremmo un guadagno di 30 milioni di sterline l'anno e inoltre risparmieremmo 20 milioni di tonnellate di petrolio per il futuro". (1)

La nazionalizzazione viene approvata e Mossadeq viene eletto nuovo capo del governo. Il governo inglese prepara un contrattacco armato che viene bloccato dal veto americano. Inizia pero' uno spietato boicottaggio economico alla Persia, appoggiato da tutte le compagnie petrolifere. Non potendo piu' vendere il suo petrolio, l'Iran si viene a trovare in un vicolo cieco. Lo sciah, appoggiato dai proprietari terrieri, la cui potenza e' minacciata dalla riforma agraria progettata da Mossadeq, e dagli USA, che ambiscono a rimpiazzare l'Inghilterra nello sfruttamento dei giacimenti petroliferi iraniani, prepara la caduta di Mossadeq. Il tentativo di deporre l'anziano primo ministro fallisce, e lo Sciah e' costretto a fuggire in Europa. Il 19 agosto 1953, il generale Zahedi fa cannoneggiare la casa di Mossadeq e lo fa arrestare. Lo Sciah ritorna in Iran.

"La CIA ebbe una parte decisiva nel rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq nell'agosto del 1953" (New York Times, 21/5/1961); "Un altro trionfo della CIA fu il fortunato colpo di Stato dell'estate 1953 nell'Iran, mediante il quale il vecchio presidente del Consiglio Mossadeq, con le sue pretese dittatoriali, fu rovesciato e fu riportato al potere lo Sciah Mohammed Reza Pahlavi, sincero amico del nostro paese" (Saturday Evening Post, 6/11/54).

Dal '53 in poi le ditte straniere realizzano guadagni che si aggirano sui 300 milioni di dollari annui; questa cifra, nel '65, e' gia' il triplo della somma totale concessa, nello stesso periodo, a titolo di "aiuto" per lo sviluppo. Sempre meno vengono utilizzate le raffinerie persiane a vantaggio delle raffinerie dei paesi importatori, per cui, mentre aumenta il prezzo del petrolio esportato, cala la manodopera locale, aumentano la disoccupazione e l'emorragia di denaro sotto forma di salari ad esclusivo vantaggio del Consorzio del Petrolio. La situazione nelle campagne continua ad essere esplosiva. Lo Sciah, per placare il pericolo di una insurrezione, promulga la cosiddetta "riforma agraria", cardine della sua "rivoluzione bianca". La riforma viene imposta allo Sciah dagli americani che giudicavano pericolosissima la situazione nelle campagne. La miseria era tale che temevano che da un momento all'altro scoppiasse la rivolta. E loro, invece, avevano bisogno di "ordine" per fare i pace i loro affari con il petrolio.

L'opposizione al regime dello Sciah ed alla sua feroce e repressiva polizia segreta, la Savak, cresce sempre piu'. L'Universita' di Teheran, negli anni '60, viene chiusa a piu' riprese. I giovani contestano in modo particolare la decisione dello Sciah di spendere 250 milioni di dollari per le celebrazioni del 2500esimo anniversario dell'impero quando il paese e' in forte crisi economica e sociale. Ma il governo ignora le proteste. Le autorita' sostengono che i rivoluzionari sono non piu' di 4-5000, e che verranno sicuramente liquidati entro l'anno. La Savak lavora a pieno ritmo. L'opposizione piu' forte si riscontra tra i giovani rampolli delle classi medio-alte e soprattutto tra gli studenti iraniani all'estero. "Se calcolero' i tempi con esattezza, potro' dire di essere stato il primo sovrano ad aver cambiato il volto di una nazione senza spargimenti di sangue. Se commettero' degli errori, il mio regno finira' in tragedia", dice, profeticamente, Reza Pahlavi.

Ed il suo grande errore e' quello di tentare di stroncare le opposizioni non gia' facendo concessioni democratiche, bensi' rafforzando il potere centrale. L'opposizione ora arriva da destra e da sinistra e, soprattutto dal clero sciita, il cui massimo rappresentante, l'Ayatollah Ruhullah Khomeini, dal suo esilio iracheno, mantiene le fila della resistenza contro il potere dello Sciah.

 




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