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Venezuela


12 gennaio 2006

La disinformazione su Chavez continua ancora...

La sede di Buenos Aires del Centro Wiesenthal ha voluto leggere in una dichiarazione del presidente venezuelano Hugo Chávez delle dichiarazioni antisemite. Queste dichiarazioni, non solo non sono mai state pronunciate, ma sono state chiaramente manipolate per ottenere un effetto delegittimazione del presidente bolivariano. Lo stesso Centro Wiesenthal di Buenos Aires, sulla base di questa manipolazione, si spinge fino a chiedere la sospensione dell'ingresso del Venezuela nel Mercosur. Ovviamente la versione manipolata del discorso di Chávez, è
stata ripresa dalla stampa mondiale senza alcun tipo di verifica. E' improbabile che sia stato lo stesso Centro Wiesenthal a confezionare il caso, ma se n'è fatto latore spendendo nella peggior maniera il proprio prestigio. Non è difficile -ma è doveroso- fare chiarezza:

Il 24 dicembre 2005 il presidente Hugo Chávez Frías ha affermato:

'El mundo tiene suficiente para todos, pero resultó que algunas minorías, descendientes de los que sacaron a Bolívar de aquí, crucificándolo también a su manera, en Santa Marta... en Colombia. Una minoría se agarró las riquezas del mundo para ellos'.

"Il mondo ne ha per tutti, ma risulta che alcune minoranze, discendenti di quelli che cacciarono Bolivar da qui, crocifiggendolo alla sua maniera, a Santa Marta... in Colombia. Una minoranza che poi si è tenuta le ricchezze del mondo per loro".

Il discorso del presidente è stato trasmesso in diretta televisiva e quindi ciò è di facile e ovvia verifica per chi non si vuole sommare
alla canea neoliberale antilatinoamericana. E non è possibile alcuna incertezza interpretativa.

Secondo il Centro Wiesenthal di Buenos Aires, Chávez avrebbe invece detto: "el mundo tiene para todos, pues, pero resulta que unas minorías, los descendientes de los mismos que crucificaron a Cristo, se adueñaron de las riquezas del mundo".

Che tradotto suona: "Il mondo ne ha per tutti, ma risulta che alcune minoranze, discendenti di quelli che crocifissero Cristo, si sono impossessati delle ricchezze del mondo".

E' bastato far saltare il riferimento a Simón Bolívar per stravolgere totalmente il significato di dichiarazioni che neanche lontanamente facevano riferimento alla comunità ebraica. Ma la palese manipolazione delle parole del presidente sono purtroppo sufficienti perché adesso per anni il benpensante progressista europeo di turno si sentirà autorizzato a dire: "però Chávez è antisemita" senza sapere neanche di cosa e di chi parla.

Il riferimento del presidente Chávez è costantemente alla minoranza creola (cattolica apostolica romana, che detiene il 90% delle ricchezze del continente ribelle) e all'Impero (bianco, anglosassone, protestante) sul quale cita volentieri il Liberatore Simón Bolivar nel 1826: "Gli Stati Uniti del nordamerica sono destinati a piagare il mondo di fame, miseria e morte in nome della libertà". (milleottocentoventisei ndG)

Il discorso di Hugo Chávez non solo non ha NULLA di antisemita ma neanche di cattoreazionario. Ma tutto fa brodo per disegnare un Chávez antidemocratico, altra diffamazione non suffragata da nessun fatto concreto.
Da anni si parla di ciò, ma la realtà è che nella Repubblica Bolivariana del Venezuela si è sempre votato in libertà e democrazia in Venezuela in questi anni come sempre certificato dall'OSA, dal Centro Carter e da quant'altri istituti internazionali. Chissà perché siamo condannati a doverlo ripetere fino alla noia.

Non sommiamoci quindi (oltretutto in maniera così superficiale) al sistema disinformativo alimentato dai SUA al quale vengono destinati 44 miliardi di dollari l'anno solo per diffamare chi si oppone agli interessi della superpotenza. Il momento tra l'altro non è casuale. Da un lato Evo Morales si somma al processo antimperialista, dall'altro proprio Chávez sta offrendo ai grandi debitori, Argentina e Brasile in testa, un'alternativa reale al sistema di dominio finanziario anglosassone. Sono colpe imperdonabili e quindi sia Morales che Chávez vanno colpiti, con ogni mezzo.

Quest'ultima è quindi una delle mille trappole sottese contro il processo bolivariano, ma basta così poco per non cascarci, a meno che uno non ci voglia cascare volontariamente.


Gaetano Carotenuto da: Latinoamerica 




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20 aprile 2005

INFORMAZIONE E CONTROINFORMAZIONE

Da Venezuelanalysis – View, News and Analysis

 

Venezuelanalysis è una rivista online indipendente che si occupa della situazione politica in Venezuela.

Vuole diventare la prima fonte di informazione in lingua inglese del paese.

 

La stampa venezuelana è più libera 
di quella
statunitense

 

IL VENEZUELA RESPINGE LE ACCUSE DEL WASHINGTON POST DI PERSECUZIONE E CENSURA DEI GIORNALISTI E DEI MEDIA

 

Il Ministro venezuelano dell’Informazione e Comunicazione respinge le accuse del WP circa la persecuzione dei giornalisti e la censura della stampa da parte del governo venezuelano.

In un articolo intitolato ”la censura di Chavez, la mancanza di rispetto può farvi finire in galera”, pubblicato il 28 marzo, il columnist Jackson Diehl ha asserito che, dall’inizio del mese, i giornalisti o altri attivisti indipendenti possono essere imprigionati senza processo e condannati fino a 30 anni se accusati delle offese al Governo elencate dal Ministro Izarra.

 

Izarra ha risposto all’articolo di Diehl, con una lettera trasmessa al WP, accusando di menzogne il columnist e il Giornale di essere male informato.

“state mentendo ai vostri lettori, signor Diehl, perché state confondendo la legge che protegge i bambini dalle oscenità trasmesse da mezzi di comunicazione con le leggi della sicurezza nazionale, che negli Usa sono più rigorose”.

“La stampa è più libera in Venezuela che negli Stati Uniti”. Ha aggiunto il Ministro.

A prova della campagna di Chavez per distruggere “quella che una volta era la democrazia più stabile e prosperosa dell’America Latina”, Jackson Diehl ha citato nel suo articolo la nuova legge sui mezzi di comunicazione (legge sulla responsabilità della radio e della televisione), che li sottopone a pesanti multe, fino alla revoca delle autorizzazioni, per la diffusione di informazioni ritenute contrarie alla “sicurezza nazionale”.

Izarra ha evidenziato che negli Stati Uniti vigono leggi sulla sicurezza nazionale e sulla sicurezza del Presidente molto più rigorose che in Venezuela, citando il titolo 18, parte 871, che vieta le minacce e le offese fatte al Presidente.

“.. il Patriot Act, con un Ordine Esecutivo conferisce al Presidente Bush la facoltà di determinare quando una persona rappresenta una minaccia per il Paese.

Se uno od una è cittadino statunitense, può essere imprigionato per un periodo indefinito e senza alcun diritto di difesa, può essere dichiarato nemico del Paese e può perfino perdere la cittadinanza.

Se la persona non è cittadino statunitense, può essere imprigionata senza alcun diritto, essere portata davanti alla corte marziale senza che venga nominato un avvocato e senza avvisare i familiari”. Ribadisce Izarra.

I Media Venezuelani sono stati criticati per aver supportato i metodi antidemocratici per abbattere il Presidente Chavez, incluso il tentativo di golpe del 2002, durante il quale le Tv commerciali e le radio hanno sollecitato e sponsorizzato il rovesciamento del Governo perpetrato da ufficiali militari e poliziotti oppositori del Presidente Chavez. Il giorno del golpe, il giornale El Nacional ha pubblicato un’edizione straordinaria con il titolo “la battaglia finale sarà a Miraflores”, invitando la gente a recarsi presso il palazzo presidenziale.

L’ex giornalista Izarra ha detto di avere rassegnato le sue dimissioni da direttore della Tv RCTV, la seconda più seguita nel Paese, perché RCTV e le altri emittenti avevano deciso di censurare le notizie sugli innumerevoli cittadini che lottavano per far fallire il golpe e puntavano sul reinsediamento di Chavez.

I Media hanno, inoltre, sostenuto e promosso lo scipero-serrata dell’Industria Petrolifera cercando di abbattere ancora una volta Chavez, causando una perdita stimata di 14 miliardi dollari all’economia del Paese. In due mesi più di 13.000 messaggi pubblicitari sono stati trasmessi per radio per sollecitare la rivolta e provocare una situazione economicamente devastante al fine di rovesciare Chavez. Dice ancora Izarra.

Nel suo articolo, Diehl giustifica i comportamenti della stampa come “opposizione aggressiva” al governo, dove Chavez sta tentando di eliminare i giornalisti critici per instaurare in Venezuela un controllo statale sui Media perpetrato dal potentissimo Ministro dell’informazione, Izarra.

Il ministro fa notare, inoltre, la mancanza di indipendenza del Post citando, tra le altre cose, i documenti resi disponibili al pubblico dall’Office of Public Diplomaci degli Stati Uniti diretto da Otto Reich, che dimostravano che nel 1970, era uno dei giornali usati dal governo degli Stati Uniti per la propaganda di controinformazione contro il Governo Sandinista del Nicaragua. Izarra ha continuato dicendo che l’Amministrazione Bush non può continuare a controllare il mondo globalizzato con gli stessi metodi degli anni ‘70

 

Gli articoli che criticano il Governo venezuelano sono sempre più numerosi negli ultimi mesi.

Le critiche quasi quotidiane dei funzionari statunitensi hanno messo in allarme i politici venezuelani, così come i giornalisti e gli attivisti, circa una campagna mediatica come in passato è stata usata con altri paesi nemici degli Usa, tanto da far pensare ad un attacco o ad un' invasione.

Due dei primi sette articoli di Diehl, pubblicati nel Post, erano di critica al governo venezuelano. Negli ultimi mesi ha anche pubblicato diversi editoriali criticando Chavez sollecitando il governo statunitense ad intervenire nei confronti del Venezuela.

Il Wall Street Journal pubblica frequentemente notizie negative sul Venezuela, ignorando completamente l’incredibile sviluppo economico raggiunto nel 2004, con una crescita del 17%, la più alta del mondo.

Il National Review magazine dell’11 aprile, pubblica una copertina, suggerita da Otto Reich, ex Segretario di Stato per l’emisfero occidentale, che titola: “I due terribili dell’America Latina: Fidel Castro e Hugo Chavez costituisco l’asse del male” ed evidenzia “l’asse sovversivo formato da Cuba e Venezuela”.

All’inizio dell’anno, il direttore della CIA Porter Goss ha classificato il Venezuela come il paese più instabile dell’America Latina, mentre Hugo Chavez ha dichiarato al mondo circa le intenzioni di Washington di assassinarlo.

Alcune settimane fa un gruppo di 400 giornalisti venezuelani ha pubblicato una dichiarazione che denunciava la campagna di controinformazione presente nei giornali statunitensi, così come le continue dichiarazioni negative fatte da membri della Cia e funzionari della Casa Bianca, facendo pensare ad una campagna simile a quelle applicate per altri paesi che poi sono stati invasi dagli Usa.

Ad un convegno dell’Organizzazione degli Stati Americani tenuta in febbraio, il ministro degli affari esteri venezuelano, Ali Rodriguez, ha annunciato che l’interferenza degli Stati Uniti sugli affari del Venezuela è preludio di un’aggressione militare.

Nel febbraio scorso, il ministro Izarra ha presentato un rapporto che evidenziava una “polarizzazione anti-Chavez” nei media degli Stati Uniti.

Izarra ha fatto notare che la continua trasmissione di notizie false o de-contestualizzate sia da parte dei media privati che da parte dell’Amministrazione Bush, dimostrano una vera campagna organizzata contro il Venezuela ed il suo Governo.

Izarra ricorda inoltre come Otto Reich aveva già diretto negli anni ‘80 una campagna mediatica contro le forze progressiste dell’America Latina.

 

 

Tradotto in proprio (perdono)

 




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15 aprile 2005

GUERRA PREVENTIVA

E' iniziata la campagna sudamericana.
Non essendo ancora riusciti ad abbattere Hugo Chavez,
Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela,
stanno cambiando metodo.

Hanno provato democraticamente, ma la maggioranza
dei venezuelani è con lui;
hanno provato con gli scioperi e le serrate, ma la maggioranza
dei venuzuelani è con lui;
hanno provato con i golpe, interni e con le milizie paramilitari
venute da fuori: ma sono stati sventati;
hanno provato con la disinformazione planetaria: ma non ha sortito
effetti;
ora stanno alzando il tiro: "la Spagna ha venduto armi chimiche e
batteriologiche al Venezuela".
Perchè la Spagna le abbia vendute e, soprattutto, perchè il Venezuela
le abbia acquistate non ci è dato sapere.
Che Chavez abbia intenzione di conquistare gli Stati Uniti d'America?




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22 marzo 2005

Venezuela: dati statistici

Popolazione                          1999   =     24.631.000             2001         25.699.000
Reddito medio U$D            1999   =                 5.973             2001                     6.402
Mortalità infantile < 5a   2001   =                       22             2003                            21
Speranza di vita                 2001   =                       73             2003                           74
Speranza salute                  2001   =                       61,1          2003                           64,2
Spesa sanitaria
% Pil                                       2001   =                         4,7          2003                             6
Erg (scolarizzazione           1999   =                       91              2003                          94


fonti: OMS, Unicef




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25 febbraio 2005

Nella repubblica bolivariana 16 anni dopo -2-

    In attesa del volo aereo interno per l’arcipelago di Los Roques, vediamo un nutrito gruppo di persone indossanti una tuta rossa con la scritta “Stato bolivariano di Lara” che stazionano nel lungo corridoio dell’aeroporto auxiliario della capitale venezuelana.

    -Sono cubani. Ormai siamo invasi dai cubani. Vengono qui invitati da Chavez. E Chavez paga. Per questo dobbiamo cacciarlo-, ci dice risentito il proprietario della posada di Chichiriviche dove abbiamo alloggiato che, dietro discreto compenso e dopo un viaggio notturno di tre ore, ci ha portato con la sua auto all’aeroporto di Caracas. Nato da una famiglia di emigranti libanesi, Gabriel, il nostro accompagnatore, si industria in mille modi per poter concretare il suo sogno di comprare una casa negli Stati Uniti e trasferirsi a vivere là, Florida o California che sia. E tra questi mille modi c’è anche il cambio clandestino di valuta alla borsa nera.

     “Abbiamo preso una misura che non piacerà ai neoliberisti”, aveva dichiarato Chavez nel gennaio 2003, riferendosi al controllo di cambio monetario allo scopo di proteggere le riserve internazionali del paese, colpite dalla fuga di capitali. Questa misura ha danneggiato in particolare i settori sociali soliti viaggiare all’estero, per affari o per diporto, soprattutto negli Stati Uniti, i quali adesso possono uscire dal paese portando con sé non più di duemila dollari, duecento in contanti e il resto sotto forma di carta di credito che lo stato consegna loro.

     Una volta di più la storia si ripete: i ceti sociali abbienti si stringono compatti attorno ai propri interessi, e chi li limita o ne mette in discussione i privilegi si trasforma in nemico pericoloso, indipendentemente dalle ragioni per cui le fa. Così, anche Gabriel, col suo sogno americano e gli espedienti cui ricorre per realizzarlo, non sfugge alla regola. Allora mi viene da pensare che se “Chavez paga”, non è certo ai soldi del nostro Gabriel che mette mano, dato che vedere una fattura di pagamento nella sua posada è stato più difficile che vedere imbiancata dalla neve quella torrida costa tropicale.

     “La rivoluzione bolivariana non sembra muoversi adeguatamente sul piano mediatico”, ha scritto Hans Dietrich nell’articolo “La Cia e il Venezuela” apparso sul numero 85 di “latinoamerica”. Ma più che “muoversi adeguatamente”, direi che la rivoluzione bolivariana è costretta al palo da una veemente campagna mediatica antichavista. Sapevo che il governo Chavez non godeva di un buon rapporto con la stampa e le televisioni nazionali, ma è stupefacente constatare sul posto il livello diffuso e capillare dell’ostilità dei media. Del resto, non potrebbe essere altrimenti se soltanto cinque famiglie dell’oligarchia controllano le principali reti televisive del paese.

     Un programma televisivo che ce la mette tutta per discreditare il governo Chavez è “Alò Ciudadano”, che va in onda nella seconda fascia pomeridiana, dalle 17 alle 20. E’ un programma molto popolare, una sorta di talk show trasmesso dagli studi della potente Globovision, su cui si sintonizzano ogni giorno bar e locali pubblici, seguito da milioni di persone. Si tratta di tre ore di attacchi, che non esitano a sconfinare nell’insulto e nella diffamazione, aventi come unico bersaglio Hugo Chavez, nel corso delle quali le interviste del conduttore don Leopoldo a opinionisti e direttori di giornali chiamati a discettare su ogni cosa (Paolo Mieli docet, anche a queste latitudini) offrono l’occasione per attribuire al “primo mandatario” venezuelano ogni forma di malefatta, apostrofandolo come menzognero, dittatore, terrorista, e imputandogli di essersi alleato con le Farc colombiane, di appoggiare la violenza nel paese contro l’opposizione “pacifica” (e il tentato golpe dell’11 aprile 2002?), di lavorare per la “democrazia autocratica” (sic), di favorire la corruzione, di disarmare il popolo e di lasciare altresì armati i delinquenti, di prender ordini da Fidel Castro, di voler imbavagliare la stampa.

     Dopodichè vengono mandate in onda una serie di telefonate in diretta: cittadini venezuelani telefonano, anche dall’estero perché, come sostiene un tale Patricio, emigrato da dieci anni negli Stati Uniti, “ho a cuore il mio paese”. Anche qui le denigrazioni, le condanne sommarie, gli anatemi vengono ripetuti, rinnovati, amplificati, senza che una sola voce di bastian contrario si levi a obiettare, a contraddire. Che ci sia – ingenua question – un filtro?

     Comunque, dinanzi alla grosolanità politica di questo don Leopoldo, perfino il nostro Emilio Fede fa la figura di apprendista stregone. E dinanzi a siffatti programmi che colonizzano i maggiori network venezuelani, non si può non pensare alla fortuna di chiamarsi Silvio e alla sfortuna di chiamarsi, invece, Hugo.

     La nostra permanenza a Maracaibo è stata più breve del previsto. Solamente una toccata e fuga, per dir così, perché la città è deludente, perché ciò che restava del centro storico è stato abbattuto per far posto a un parco pubblico tracciato secondo i dettami retorici di un’opulenza neo-classica, perché il mito di una città perennemente sottoposta nei secoli scorsi alle scorrerie dei pirati cesellato da letture adolescenziali si liquefa definitivamente sotto il sole impietoso, perché vista la laguna inquinata dalla macchia verde è troppo penosa. In questi giorni una notizia occupa le prime pagine dei giornali: a El Hatillo, quartiere collinare di Caracas, sono stati arrestati decine di paramilitari colombiani, tra cui nove minori di età, che si stavano addestrando in una fattoria. Il sospetto è che i paramilitari si trovassero a Caracas per attentare alla vita del presidente Chavez, gettare il Venezuela nel caos e rovesciare il governo bolivariano.

     Nell’appello alla Nazione a reti televisive unificate, Chavez muove dure critiche all’amministrazione Bush e si dice profondamente convinto che il Comando Sud statunitense fosse a conoscenza del piano paramilitare per destabilizzare il paese. Quindi, dopo aver ribadito il costante impegno del governo nella difesa della legalità e della sovranità del paese, Chavez estrae dalla tasca della giacca un libriccino blu, la nuova Costituzione del Venezuela che introduce notevoli elementi di democrazia partecipativa, approvata con il 71% dei voti, e afferma:”Nel quadro di questa tutto, al di fuori di questa nulla”.

     Nella successiva conferenza stampa con i giornalisti stranieri Chavez si dichiara contro la guerra in Iraq voluta dall’amministrazione Bush e conclude il discorso con un augurio:”spero che Bush sia toccato da un raggio di luce divina o venga ispirato durante una visita alla Cappella Sistina di Roma e che ritiri le sue truppe dall’Iraq, ponendo fine all’invasione di quel paese”.

     “Attacco di Chavez contro gli Stati Uniti”, titolano i giornali la mattina dopo. E i commentatori televisivi ne approfittano per sbizzarrirsi in battute sul libriccino blu sventolato da Chavez, paragonandolo al libretto rosso di Mao.

     Nella grande kermesse allestita giorno per giorno dai media venezuelani viene dato più spazio a raggruppamenti politici di opposizione come il PPT (Patria Para Todos) che dispone di un solo deputato in Parlamento che al Movimento V Repubblica, compagine governativa che di deputati ne ha 71. certo, l’oligarchia venezuelana non ha mai digerito le riforme fatte dal governo bolivariano rivoluzionario come la cosidddetta “Ley de tierras” che prevede la confisca dei latifondi superiori a 5000 ettari lasciati incolti dai loro proprietari e la loro ripartizione tra i piccoli proprietari terrieri, o come la legge sugli idrocarburi, la quale stabilisce che l’estrazione e la prima lavorazione del greggio venezuelano vengano fatte unicamente da imprese la cui partecipazione statale sia almeno del 51%. E questo contribuisce a spiegare perché a capeggiare il fallito tentativo di golpe dell’aprile 2002 ci sia stato l’allora presidente della Confindustria venezuelana e il segretario del sindacato dei lavoratori petroliferi.

    

     Al ritorno, nella libreria dell’aeroporto internazionale di Caracas che, come tutte le librerie degli aeroporti, è il regno dei libri inutili, attira la nostra attenzione un libro fresco di stampa. Esposto in bella vista sullo scaffale centrale dietro il cristallo della vetrina, ha per titolo: Contra Chavez. Dalla televisione ai quotidiani ai libri: il circolo mediatico si chiude su questo libro a suo modo emblematico che pare ricordarci che l’avversione dei ceti alti e medio-alti della società venezuelana al processo rivoluzionario bolivariano è lungi dall’essersi esaurita e che allo scontro politico in corso non sono consentite deroghe né tregue.
(fine)

di Roberto Bugliani
grazie a LATINOAMERICA




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23 febbraio 2005

repubblica bolivariana 16 anni dopo

     Nel 1988 mi ero recato in Venezuela assieme ad un gruppo di amici ricercatori universitari per un viaggio di osservazione della ittiofauna marina delle barriere coralline del Nord-ovest e del centro. Facemmo base dapprima nel paese costiero di Chichiriviche, sito nella propaggine orientale dello stato di Falcon, quindi nella stazione di biologia marina di Dos Mosquises, nell’arcipelago di Los Roques.




     A quel tempo l’alternanza al potere dei due principali partiti venezuelani, il socialcristiano Ad (Accion Democratica) e il democratico-cristiano Copei, imponeva il proprio ritmo alla vita politica del paese il tempismo era così perfetto che avrebbe suscitato l’invidia degli attuali teorici dell’alternanza bipolare di casa nostra. Sempre in quell’anno il socialcristiano Carlos Andrés Peréz si accingeva a candidarsi alla presidenza del Paese, per un nuovo mandato che gli avrebbe consentito di divenire uno degli uomini più ricchi del Sud America, col beneplacido delle multinazionali del petrolio, a cui in cambio veniva concessa mano libera sull’”oro nero” venezuelano.




     Rientrato in Italia, solo pochi mesi dopo, alla fine di febbraio del 1989, la notizia del caracazo, con le immagini televisive della gente scesa sulle strade di Caracas per protestare contro le misure economiche di ajustes strutturali imposte dal Fmi al presidente Andrés Peréz e la successiva repressione scatenata dall’esercito che lasciò sul terreno un numero imprecisato di morti e feriti (circa duemila, ma tutt’oggi non se ne conosce la cifra esatta) mi fecero capire che qualcosa si era rotto nell’”equilibrio” del potere politico in Venezuela.




     Per l’allora militare in servizio effettivo Chavez quell’evento (cui non partecipò perché ammalato di rosolia) segnò un momento di svolta radicale: nel vedere “l’esercito mandato a massacrare un popolo che reclamava i suoi diritti” (come egli ha ricordato al secondo Forum mondiale di Porto Alegre) ripensò alle parole del libertador  Simon Bolivar:”Sia maledetto il soldato che rivolge le sue armi contro il suo stesso popolo”. E quell’esperienza contribuì a far maturare in lui la convinzione che il paese aveva bisogno di un modello di sviluppo socio-economico alternativo, che si richiamasse alle radici e ai valori propri del bolivarismo rivoluzionario.




 




     A distanza di sedici anni ho ripercoso, con un amico paleontologo che aveva partecipato al primo viaggio, gli stessi luoghi della costa venezuelana, ma, rispetto a quegli anni, al cambiamento ambientale di molti dei cayos  da noi visistati dovuto alla sensibile degradazione dei reef per il forte impatto turistico, se ne è aggiunto un altro, di natura politica, portato dalla “rivoluzione bolivariana”, un’espressione che fino a poco tempo fa suonava in modo singolare se non enigmatico per noi europei. Ma in questi ultimi decenni della storia-mondo abbiamo imparato a ri-conoscere e far nostre le proposte politiche universali di giustizia, libertà, uguaglianza e dignità che parole come sandinismo, zapatismo e bolivarismo implicano. Superando le difficoltà o le impasses interpretative dovute alle diversissime storie nazionali, ci siamo accorti che lo zapatismo o il bolivarismo rivoluzionario sono un altro modo per definire un comune progetto politico volto alla creazione delle condizioni necessarie per il superamento dell’attuale sistema socio-economico (il capitalismo neoliberista) e politico (la democrazia rappresentativa). E ciò che prima ci era estraneo ci è divenuto familiare. “Voi venezuelani la lotta per la dignità, la lotta per l’uguaglianza la chiamate bolivarismo, qui la chiamiamo socialismo. Io sono d’accordo. Ma sarei d’accordo anche se la chiamste cristianesimo”, aveva detto Fidel Castro a Chavez quando questi si recò a Cuba per la prima volta nel 1994.




     “Adesso ci aspettiamo un colpo di stato. Soltanto in questo modo è possibile fare fuori Chavez. Il referendum non serve a niente. E’ destinato a fallire” commenta seccamente un italiano proprietario di un ristorante dul lungomare di Chichiriviche.




     Il nostro interlocutore è in Venezuela soltanto da tre anni, ma il fatto di non risiedere nel paese all’epoca del cosiddetto patto di “Punto fisso”, in virtù del quale il socialcristiano Andrés Peréz e il democratico-cristiano Caldera si spartivano il potere lasciando in eredità al nuovo secolo 17 milioni di venezuelani impoveriti su un totale di 23., non gli impedisce di sostenere il gioco duro voluto da una opposizione “democratica” che vede nel golpe la soluzione ai “mali” del paese (che non manca di identificare con i propri mali.




     Nel corso della conversazione, scopriamo che gli interessi del nostro interlocutore sono molto più concreti e pratici di quanto non farebbe supporre la sua adesione a presunti ideali politici antichavisti. Egli infatti ci confessa candidamente di non aver mai pagato l’Iva inerente alla sua attività commerciale, di aver provveduto a far truccare il contatore dell’acquedotto del suo ristorante e di aver acquistato sottocosto la villa dove abita, speculando su coloro che, spinti dalla necessità di realizzare del denaro in tempi brevi, hanno messo in vendita beni immobili a un prezzo molto inferiore a quello di mercato.




     Come l’italiano di Chichiriviche, esiste in Venezuela tutto un settore di ceti privilegiati che, se da un lato si lamenta della situazione “instabile” del paese, dall’altro non si lascia sfuggire occasione alcuna per beneficiare di tale situazione, o per alimentarla. Sono costoro i nemici più acerrime di Chavez.


(1-continua)


di Roberto Bugliani

grazie a LATINOAMERICA




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17 febbraio 2005

ma sanno cos'è la democrazia gli avversari di Chavez?

   La presenza di un accampamento militare nella periferia di Caracas, occupato da mercenari colombiani noti esperti nell’esecuzione di azioni terroristiche, costituisce un fatto di estrema gravità che deve mobilitare l’intera società venezuelana, indipendentemente dalle simpatie politiche di ciascuno, in quanto minimizzarne la portata non può che costituire una dichiarazione di tacita complicità nei confronti della violenza e del golpismo.

   Durante la prima settimana di marzo (2004), con il “piano guarimba” l’opposizione ha cercato di “paralizzare il paese – di creare un caos anarchico a livello nazionale – per costringere il regime castro-comunista del Venezuela a ordinare l’attuazione del “Plan Avila” e provocare un’insubordinazione costituzionale che renda necessaria un’azione civile-militare”: sono parole di Roberto Alonso, ideologo dell’opposizione e anticastrista indefesso, legato a gruppi ultra-reazionari di Miami, Colombia e Venezuela. Le immagini dantesche trasmesse da VTV ci hanno mostrato auto, pneumatici e cassonetti della spazzatura dati alle fiamme, veri e propri arsenali scoperti dalle autorità, lanci di granate e bombe molotov, appostamenti di cecchini, il tutto con lo sfacciato appoggio finanziario, logistico, para-poliziesco e mediatico dei dirigenti dell’opposizione, il governatore dello Stato di Miranda, i sindaci di Baruta, Chacao e Mayor de Caracas e dei mezzi di comunicazione privata.

   La “guarimba” è stata un fallimento ma, anziché denunciare quanti hanno agito in modo criminale ai danni della pace e della tranquillità cittadina, l’opposizione ha scatenato una feroce campagna mediatica, accusando il governo di violazione sistematica dei diritti umani, nonostante il caso dei soldati bruciati a Fuerte Mara si fosse rivelato l’ennesimo episodio di una grottesca messinscena smascherata proprio dal soldato Barroso, il loro “testimone chiave”, che ha confessato di essere stato sequestrato e minacciato da Globovisiòn e dal governatore del Zulia perché accusasse, falsamente, il governo di aver voluto punire a suon di lanciafiamme un gruppo di soldati per la loro presunta partecipazione al “firmazo” contro il presidente Chavez (Panorama 9.5.2004).

   Mentre il golpismo andava avanti per la sua strada, i preparativi per una nuova guarimba sono stati opportunamente sventati dai servizi di intelligence. L’opposizione, dal canto suo, anziché denunciare pubblicamente la sua ala più estremista, ha preferito accusare il governo di preparare il terreno per mettere in atto, all’occorrenza, un “autogolpe". La guarimba è stata rinviata, ma intanto un esercito di paramilitari, in una tenuta di El Hatillo di proprietà di Roberto Alonso, si preparava ad attaccare diverse postazioni militari della capitale, in modo da provocare un intervento “repressivo” delle forze dello Stato che scatenasse disordini e provocasse l’intervento straniero.

   Una volta arrestati i paramilitari, l’opposizione è tornata a chiudersi in un silenzio vergognoso, aspettando che fossero i media  a dettare le regole. Questi, affidata la difesa dei paramilitari colombiani allo Studio Heredia (RNV 10.5.2004), hanno infine stigmatizzato il grave episodio definendolo una “montatura”, uno “show”, e perfino una “manipolazione”, come ha dichiarato Teodoro Petkoff, preoccupato che il paramilitarismo colombiano danneggiasse l’immagine golpista dell’opposizione, a lui così cara.

   Hanno profondamente ragione, allora, quanti denunciano un legame tra l’opposizione venezuelana e l’accampamento paramilitare smantellato dal governo. La leggerezza con cui l’opposizione ha reagito di fronte a un episodio così grave per la democrazia e l’ordine istituzionale, dimostra che in Venezuela non esiste un’opposizione democratica, responsabile e realmente interessata ai diritti umani fondamentali. Con la loro reazione, i leader dell’opposizione hanno dimostrato invece di perseguire un programma golpista che soddisfa la loro patologica ossessione di liberarsi di Chavez, anche a costo di un attacco paramilitare che semini morte e dolore tra i loro concittadini, così come sta accadendo alla nostra sorella, la Colombia.

 

Antonio Guillermo Garcia Danglades, internazionalista

 

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permalink | inviato da il 17/2/2005 alle 15:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


16 febbraio 2005

VENEZUELA: quando la democrazia non soddisfa le brame dei potenti

“La victoria es de todos hermano!” mi gridava un giovane mulatto, con la maglietta rossa, ebbro di gioia, mettendomi in mano la bandiera giallo,blu e rossa del Venezuela. Erano le quattro del 16 agosto. Nei giardini del Palcio Miraflores in una Caracas illuminata improvvisamente dai fuochi d’artificio, mortaretti e petardi – come succedeva nei capodanni di una vokta a Napoli – era radunata una folla immensa. Tutti aspettavano che Hugo Chavez si affacciasse per ringraziare il suo popolo. “Uh, ah! Cavez no se va!” era il grido assordante che rimbombava dai ranchitos miserabili che circondano a sud la città.

   Aveva ragione quel ragazzo: la vittoria è di tutti. Lo penso anche a mente fredda. Così come penso che il Venezuela rappresenti quello che hanno rappresentato il Cile e il Nicaragua nei decenni scorsi o Cuba ancora adesso, ma con molte più possibilità di sopravvivere e contagiare i popoli vicini e lontani.

   Col Venezuele bolivariano, gli Usa e i loro rappresentanti locali le hanno tentate di tutte. All’inizio hanno cercato di rabbonire quello strano personaggio che prima di diventare presidente è stato colonnello paracadutista, con la passione del baseball, la fede nel Cristo dei poveri, la voce profonda adatta ai mariachis, senso dell’umorismo, una memoria ed una capacita affabulatoria straordinarie. E soprattutto una lucidità politica ed una integrità morale, dimostrata al potere, fuori dal comune soprattutto in un paese governato per lo più da voracissimi ladroni. Non potendolo comprare, hanno reclutato una massa di giornalisti, venezuelani e non, scatenandogli contro una guerra mediatica che avrebbe asfissiato e distrutto chiunque. Sempre più esasperati, sono passati alle maniere forti, radunando tutti i settori sociali, danneggiati dalle scelte riformiste governative, uniti in uno sciopera-serrata di due mesi con la logica del “muoia Sansone con tutti i filistei” e praticando il terrorismo strisciante fino al golpe, sconsiderato e disperato, dell’aprile 2002.

   Ma Hugo Chavez ha incredibilmente resistito. Il suo trionfo è sembrato più evidente che mai nella notte del 15 agosto, quando si è affacciato, esultante e orgoglioso nella sua camicia rossa, al balcone mayor del Palacio Miraflores, dopo aver stravinto l’ottava prova elettorale in sei anni, l’ultima e la più difficile. Un referendum revocatorio previsto dalla costituzione bolivariana, che non esiste in nessun altro paese al mondo e la cui realizzazione, da sola, dovrebbe zittire – se solo fossero onesti – i numerosi e variegati censori della democrazia venezuelana sparsi nel mondo.

   Nessun leader latinoamericano – e forse non solo latinoamericano – che abbia sfidato gli Usa è riuscito a superare indenne tante prove, elettorali e non.

   Qual è la sua forza? Innanzitutto, quel popolo che continua a salvarlo in varie maniere, strappandolo dal carcere dei golpisti, sopportando il caos provocato dallo scipero-serrata e andando a votare per lui. Come è successo il 15 agosto, resistendo sotto il sole nelle file chilometriche per dieci, dodici ore e dando una prova di coscienza civile sconosciuta perfino nei cosiddetti paesi democratici della vecchia Europa. E quel popolo non l’ha fatto gratis o perché si è fatto incantare dal suo “comandante” con la faccia da indio. Semplicemente, la sua grande maggioranza sta contraccambiando la “centralità dei poveri” proclamata e praticata dal governo bolivariano, così come la dignità internazionale che il suo governo gli ha ridato. “Populismo!” starnazzano in tanti, allinenadosi agli Usa, che da qualche anno sembrano avere scoperto un nuovo nemico. Il delitto “populista” di Hugo Chavez risiede nelle cosiddette 49 leggi abilitanti, che vanno dalla riforma agraria a quella del sottosuolo, che portarono l’opposizione tutta a fare barricate in difesa della “sacra proprietà privata”. Ma soprattutto nella sua decisione di utilizzare una parte dei guadagni ottenuti dalla vendita del petrolio per dare ad un numero sempre maggiore di venezuelani una casa, l’educazione e la salute. A gridare in coro sono reazionari e “progressisti”, intellettuali e vescovi, venezuelani e non, che per anni (quando non se ne sono beneficiati direttamente) hanno coccolato i ladri del potere, come il vice-presidente dell’Internazionale socialista, Carlos Andrés Peréz, che, grazie ai soldi del petrolio, gonfiavano i loro conti correnti nei paradisi fiscali.

   Chavez è stato premiato per l’equilibrio della sua politica economica – che nulla ha di avventato o sovversivo – ma anche per la sua manifesta coerenza. Non ha mai corso il rischio – così comune ai governanti progressisti – d’inimicarsi il popolo che l’ha portato al potere, pur di tranquillizzare l’oligarchia nazionale o gli organismi finanziari internazionali.

   E la stessa coerenza Chavez l’ha mostrata nella politica internazionale dicendo – ad esempio sulla questione della guerra e del terrorismo – quello che pensa gran parte dell’umanità, ma che, per non irritare l’unica potenza mondiale esistente, ben pochi governanti si azzardano a dire. O riscattando il sogno di Bolivar di un’America Latina unita capace di svincolarsi dall’umiliante ruolo di “cortile di casa” di Washington. Sogno che sta camminando nell’opposizione sempre più determinata al mercato unico a tutto favore delle multinazionali Usa e nel rifiuto di massa di tutto ciò che abbia sapore del neo-liberismo. “Sogno” certamente, ma che sembra, per come vanno le cose dal Rio Grande in giù, avere più futuro della dottrina Monroe, attualizzata da Bush e dai suoi consiglieri.

   La coerenza e la determinazione di Chavez sono rese possibili da un altro motivo decisivo, alla base dei suoi trionfi, dalla possibilità cioè di poter contare sull’appoggio decisivo dei settori fondamentali delle forze armate. Un appoggio che appariva entusiastico a Palacio Miraflores nella notte del 15 quando, dimenticando il protocollo e forse contravvenendo agli ordini superiori, centinaia di militari della Guardia nacional partecipavano al tripudio generale, abbraciandosi col popolo festante. Sebbene i critici del processo venezuelano sia capaci di intravedere in questo abbraccio una deriva militarista, è evidente che Chavez stia riuscendo, non senza resistenze, uno dei più famosi motti di Bolivar, secondo cui “è dovere dei militari usare la spada per difendere le conquiste sociali”. Obiettivo fondamentale, questo, se si vogliono evitare tragedie come quella che uccise Allende. D’altronde, il Cile del 1973 come il Venezuela di oggi provano che nessuno può realisticamente rifiutare diktat di Washington, senza contare sulla capacità di resistere alla sua inevitabile reazione.

   E’ indubbio che il Venezuela abbia potuto recuperarsi dalla crisi in cui era stato gettato dallo sciopero-serrata di due anni fa (potendo sfoggiare, secondo la Banca centrale, una crescita economica del 15% nel primo semestre del 2004) grazie all’impennata del prezzo del petrolio. E anche che il governo di Chavez abbia potuto beneficiare della relativa disattenzione e soprattutto della difficoltà degli Usa, impantanati in Iraq e bisognosi di non rischiare il flusso di petrolio proveniente da Caracas. Ma come si dice, la fortuna aiuta gli audaci e Chavez sicuramente lo è stato, così come è stato magistrale nel volgere a suo favore ogni attacco ricevuto, se è vero che il golpe gli ha permesso una significativa depurazione delle forze armate così come lo sciopero-serrata gli ha consentito di strappare dalle mani di una cricca di ladri e burocrati l’industria petrolifera nazionale. 

   Cosa succederà adesso? L’unica opzione che sembra rimanere ai dirigenti dell’opposizione, che sono quanto di più stupido e ripugnante si possa immaginare, sembra essere quella violenta. Dopo la sconfitta nel referendum, alla quale essi stessi non potevano credere – prime vittime delle loro menzogne – il loro santone, Carlos Andrés Peréz, si è augurato l’uccisione di Chavez, “come un cane, per fermare la rabbia”. Sebbene nessun “democratico” si sia sentito il dovere di condannare questa follia (neppure i democratici di sinistra italiani che il 18 agosto, quando mancava solo il disco verde del Pentagono, chiedevano ancora ricolamente “di dissipare i dubbi provenienti dalle denunce di frodi dell’opposizione”) è difficile immaginare la buona riuscita di un complotto contro Chavez.

   Il mondo dovrà quindi ancora per molti anni avere a che fare con lui e col suo progetto politico. Molti, anche a sinistra, criticano la sua fumosità, turbati dal fatto che, senza alcuna regola, il presidente esibisca di volta in volta il crocifisso piuttosto che il libricino azzurro della Costituzione bolivariana, il basco rosso o la Bibbia. Sta di fatto che la strada intrapresa e perseguita, che si definisca o meno socialista, va dritta verso una società più giusta e solidale. E questo, in un mondo che va in tutt’altra direzione, dovrebbe bastare ed avanzare. Una strada dove si viaggia a vista, piena di ostacoli e rischi.

   La questione più discutibile e delicata di questo processo è l’attuale indispensabilità dell’uomo Chavez. Ma un buon vaccino al rischio di “caudillismo” sta nell’esempio della “democrazia partecipativa e protagonista” (cento volte più democratica della nostra asfittica “democrazia rappresentativa”), evidenziato il 15 agosto. In quel giorno memorabile, il popolo venezuelano si è mostrato quanto mai organizzato e cosciente del suo ruolo. D’altronde, a rassicurare i dubbiosi dovrebbe bastare il fatto che fin’ora è stato più il popolo a salvare Chavez che viceversa.

 

Guido Piccoli, giornalista,sceneggiatore e traduttore

 

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