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chiacchiere di attualita' e politica italiana ed internazionale


AMERICA LATINA


27 giugno 2005

Assassinato Leader ecologista ecuadoriano

Lunedì 20 giugno il leader comunitario Andrés Arrojo Segura, membro della Red Nacional en Defensa de la Naturaleza, Vida y Dignidad, è stato assassinato. L’autopsia ha confermato il decesso per aggressione violenta. Andrés  Arrojo Segura tentava di raggiungere la città costiera di Guajaquil per un incontro con l’avvocato Felix Rodriguez. Il corpo è stato ritrovato nel  Rìo Baba nei pressi della comunità Seiba, esattamente nel punto in cui è stata progettata la costruzione di un’imponente diga.

 

Andrés Arrojo Segura era fortemente impegnato in una tenace lotta di resistenza contro l’esecuzione del progetto. Aveva iniziato una raccolta di firme tra le comunità locali contro la diga sul Rìo Baba, considerando la sua costruzione “disastrosa” sul piano ambientale e sociale: migliaia di ettari di terreno fertile delle comunità contadine verrebbero sommersi dalle acque. La settimana passata aveva presentato una denuncia a la Comisiòn Ecumenica de Derechos Humanos (CEDHU) per indagare sui reali interessi delle grandi imprese connesse alla costruzione della diga. La stessa CEDHU ha denunciato che in Ecuador, nella foresta amazzonica  e nella zona costiera di  Esmeraldas, vari leader indigeni, attivisti ed ecologisti impegnati nella difesa dell’ambiente e dei diritti umani dall’aggressione delle multinazionali, hanno già perso la vita in “circostanze misteriose” o sono stati minacciati e aggrediti.


da:LatinoAmerica 




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30 marzo 2005

QUESTO MONDO IPOCRITA, DIGIUNO DI DEMOCRAZIA

Gli scritti degli altri: Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano, dall’intervento fatto a Piacenza il 30 agosto 2004  nell’ambito del festival letterario CAROVANE.

Da: Latinoamerica.

 

L’altro giorno ho visto un cuoco che riuniva le galline, i polli, i tacchini, le anatre, i fagiani. E ho sentito quello che diceva a tutto questo pollame. Mi è sembrata una cosa interessante e vorrei raccontarvela. Il cuoco chiedeva loro con che tipo di salsa volessero essere conditi per essere mangiati. Uno degli uccelli, credo che fosse un’umile gallina gli rispose: ”Noi non vogliamo essere mangiati in nessun modo”. Allora il cuoco ha chiarito: ”Questo è fuori discussione”. Mi è sembrato interessante questo confronto perché è una metafora del mondo.

 

L’universo al giorno d’oggi è organizzato in modo tale che abbiamo solo il diritto di scegliere la salsa con la quale essere mangiati. Dicono che sia un mondo democratico, ma io mi chiedo fino a che punto possa essere democratico un mondo dove la sovranità dei paesi è divenuta un reperto da museo.

Per citare esempi concreti – mi sembra doveroso farlo – l’organismo che attualmente governa tutti i governi, il Fondo Monetario Internazionale, è diretto da cinque paesi. E impartisce ordini a quasi tutte le nazioni della Terra. Salvo a quelle cinque che comandano. Che possono essere sì sadiche, ma non masochiste. La Banca Mondiale è più democratica, bisogna riconoscerlo e sottolineare questa sua grande differenza: mentre il Fondo Monetario è diretto da cinque paesi, alla guida della Banca Mondiale ce ne sono ben otto. Abbiamo poi l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO): i suoi statuti stabiliscono che le decisioni debbano essere prese con votazioni democratiche. Ma nell’Organizzazione Mondiale del Commercio non si è mai votato. Nemmeno una volta. Vige il principio staliniano del voto per acclamazione. Le risoluzioni si adottano per acclamazione. Al contrario, l’organismo che l’ha preceduta, il GATT, una volta ha votato, ma non è stata una buona esperienza e quindi non si è ripetuta.

Insomma, come si può parlare di un mondo democratico quando l’intero pianeta dipende da tre organismi non democratici, che prendono le decisioni in nome di tutta l’umanità?

Un altro bell’esempio è il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In questo consesso sembrerebbe quasi che le guerre siano giuste quando le Nazioni Unite le approvano e non lo siano quando non le approvano. Ma chi impartisce questa benedizione? Le Nazioni Unite sono rappresentate da un’Assemblea generale in cui sono presenti tutti i paesi. Ma la funzione è puramente simbolica. Formula raccomandazioni, ma non prende decisioni, che vengono prese invece dal Consiglio di Sicurezza. E nel Consiglio di Sicurezza dettano legge i cinque paesi che hanno diritto di veto. Ed è il diritto di veto quello che veramente decide. I cinque paesi che tutelano la pace mondiale, sono anche i cinque principali fabbricanti e venditori di armi nel mondo: Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Russia e Cina. Questi cinque paesi sono gli stessi che hanno il compito di tutelare la nostra pace. Controllano il business della guerra, ma allo stesso tempo vendono la pace. Dove? Come? Soprattutto attraverso i grandi mezzi di comunicazione, che riproducono il sistema di potere in ogni angolo del Pianeta e che hanno la sfrontatezza di sottoporre ad esame di democrazia tutti gli altri governi del mondo. I grandi mezzi di comunicazione che confondono la libertà di espressione con la libertà di pressione e il cui comportamento è stato magistralmente riassunto in una scritta anonima apparsa su un muro di Buenos Aires:” Ci pisciano addosso e i giornali scrivono che piove”.

Il caso più chiaro, più scandaloso di manipolazione dell’opinione pubblica mondiale, oggi, è quello del Venezuela.

Nel grande teatro del bene e del male c’è una distribuzione di parti tra gli angeli e i demoni. E Hugo Chavez è uno dei principali demoni. “E’ un dittatore”, sostengono le fabbriche dell’opinione pubblica mondiale. Uno strano dittatore però. In sei anni ha trionfato in otto consultazioni elettorali, e recentemente, con il referendum del mese scorso, è stato il primo presidente della storia dell’umanità a rimettere il proprio mandato nelle mani della gente. Ed ha vinto sei a quattro, 60% contro 40%. Io c’ero, ero presente come osservatore e posso testimoniare che si è trattato di una consultazione trasparente, dove per la prima volta si è riusciti ad evitare che votassero anche i morti, visto che in Venezuela avevano la cattiva abitudine di farlo. Pessima abitudine.

E si è anche evitato che ogni cittadino votasse più volte, per colpa del morbo di Parkinson, che gli faceva tremare la mano. E’ un paese strano, il Venezuela, dove succedono cose come queste e contemporaneamente fioccano le denunce per mancanza di libertà d’espressione, accendi la Tv e sullo schermo appare un signore che sostiene: ”Qui non c’è libertà di espressione!”. Accendi la radio e senti una voce che strepita: ”Qui non c’è libertà di espressione!”. Apri il giornale e t’imbatti in un titolo enorme che ribadisce: ”Qui non c’è libertà di espressione!”.

Un solo mezzo di comunicazione è stato fatto tacere in Venezuela in questi ultimi cinque anni, il Canale Otto della televisione, ma non è stato Chavez a farlo chiudere, bensì i democratici che hanno preso il potere nell’aprile del 2002 con un golpe durato 48 ore. In quelle 48 ore hanno chiuso tutto. Hanno sciolto il Parlamento, hanno annullato la costituzione, hanno cancellato tutto. Strana dittatura e strani democratici.

Io credo che a questo punto sia avvenuto un divorzio esemplare tra la realtà reale e quella virtuale che i media ci mostrano invece come unica realtà possibile. E come si spiega tutto questo? Semplicemente molti avevano dimenticato che in Venezuela c’erano cinque milioni di persone prive di diritti civili, perché non avevano documenti, e così i figli non potevano andare a scuola perché non risultavano mai nati. E’ proprio su questo abbandono che Chavez è intervenuto: in pieno paradiso petrolifero, in quello che si chiamava il “Venezuela Saudita”, c’era un milione e mezzo di analfabeti che ora ha accesso all’istruzione. Ecco come si spiega l’intolleranza dei cosiddetti grandi mezzi di comunicazione che “discomunicano” con la gente. Una comunicazione incomunicante. E come si spiega anche il risultato dell’ultima consultazione e di quelle precedenti. C’è una frase molto eloquente, detta da un venezuelano povero al microfono di una Tv per la strada. E’ più espressiva di qualsiasi discorso e rappresenta perfettamente il sentire di un intero popolo: ”Io non voglio che Chavez se ne vada perché non voglio tornare ad essere invisibile”.

 

E’ un mondo ipocrita digiuno di democrazia.

Ma un intellettuale, nonostante questa realtà spudorata, deve tentare sempre di essere onesto, di non eludere la realtà, magari per condiscendenza ideologica.

Quando, per esempio, nella primavera del 2003, ci sono state le tre esecuzioni a Cuba e sono stati arrestati tutti quegli scrittori o presunti scrittori e giornalisti o presunti giornalisti, io ho pubblicato un articolo in cui prendevo le distanze dalle decisioni del governo cubano. L’articolo si intitolava Cuba duele perché era stato scritto con molto dolore, anche se non era la prima volta che dicevo quelle cose. Avevo già toccato argomenti simili nel libro A testa in giù e anche in alcuni articoli precedenti. Soprattutto erano cose che avevo detto a Cuba. Molte volte e a tutti i livelli. Dal livello più alto, fino a quello delle mie amicizie personali. Sempre guardando negli occhi i miei interlocutori, come bisogna fare. Perché io, che ammiro molto Cuba per tanti motivi, per il suo senso della dignità, per la sua solidarietà, ho delle divergenze riguardo il modello di potere del paese. Credo che Cuba ha fatto quello che ha potuto, non quello che ha voluto. Le circostanze l’hanno obbligata ad essere ciò che è, ma da qui ad approvare passivamente ogni scelta, a sentirsi obbligati ad accettare tutto quello che succede nell’isola c’è grande differenza. Una cosa è ammettere, spiegare, capire, comprendere che i cubani hanno fatto quello che hanno potuto e non quello che hanno voluto e altro è accettarlo. L’ho detto all’Avana mille volte e lo ripeto ancora: io credo e sono convinto che l’onnipotenza dello stato non sia la risposta adeguata all’onnipotenza del mercato. E questo lo affermo perché condivido apertamente la frase così bella del fondatore del Frente sandinista del Nicaragua, Carlos Fonseca Amador, che diceva: ”Gli amici, quando sono veramente tali, ti criticano in faccia e ti elogiano alle spalle”. Ed io non credo in una solidarietà fondata sull’obbligo dell’obbedienza, credo in una solidarietà che nasce dalla libertà di coscienza. Comunque a Cuba non ci sono problemi per quell’articolo, perché conoscono già la mia posizione e perciò continuiamo ad avere dei rapporti molto affettuosi. Non ci sono problemi di voci, ci sono stati problemi di echi, cioè con coloro che sono “più cubani dei cubani”. Come all’epoca in cui erano di moda i partiti filocinesi. Io ripetevo sempre: ”La cosa buona del partito cinese è che è cinese, non filocinese”. Con i cubani succede esattamente lo stesso. Continuo a credere che la conquista più importante sia riconoscere ogni mattina la propria faccia nello specchio, e non provare vergogna di fronte a silenzi complici o codardi per scelte con le quali non si è d’accordo. Bisogna dirlo. Perché io sono tra quelli convinti che il mondo teso a essere l’altro mondo possibile, abita nel ventre dell’umanità e che costruiamo ogni giorno attraverso le nostre piccole azioni, i nostri piccoli gesti e le nostre piccole parole.

Credo che un altro mondo è possibile a partire dalle ingiustizie di questo mondo, perché sono quelle stesse ingiustizie a generare un altro mondo possibile. Credo cioè che la contraddizione sia il motore della storia. E quindi aveva ragione Karl Marx, “don Carlos el licenciado” come lo chiamerebbero in Messico, quando affermava che “nella storia come nel mondo naturale il marciume è la fonte della vita”. La storia di questa frase è molto interessante. Io l’ho messa nell’introduzione di un mio libro che si intitola Giorni e notti di amore e di guerra. E’ la frase che ho scelto di metter nella dedica, perché ero convinto che fosse una frase di Marx. Quando il libro è stato tradotto in tedesco, il traduttore mi chiese da che opera di Marx fosse tratta. Allora la cercai nel Capitale, essendo uno dei pochi essere umani che ha letto il Capitale e che è sopravvissuto. Non la trovai. Allora la cercai in altri testi di Marx, ma non la trovai lo stesso. Fu a quel punto che questo amico tedesco, che stava traducendo il libro, commentò: ”il fatto che la frase è molto buona, riassume bene il pensiero di Marx, la sua eredità hegeliana, l’idea che è la contraddizione che muove il mondo”. E aggiunse: ”non preoccuparti, anch’io continuerò a cercare”.

Entrambi continuammo a cercare per molti anni. Non ho mai trovato però quella frase in un’opera di Marx e sono finalmente giunto alla conclusione che effettivamente è di Marx, ma si è dimenticato di scriverla.

 




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20 gennaio 2005

PERU'

Sembra una interminabile saga dell’orrore quella che si va man mano dipanando in Peru’:

nell’accampamento militare di Los Cabitos, nella provincia di Ayacucho, sono state

scoperte varie fosse comuni e un forno che sarebbe stato utilizzato per eliminare i resti

delle persone uccise dall’esercito nel corso delle operazioni di “anti-terrorismo”.

Uno dei corpi ritrovati porta un buco buco nel cranio provocato da proiettile, mentre

vicino alle ossa degli altri corpi sono state rinvenute schegge di proiettili.

Yuber Alarcon, avvocato dell’associazione per i Diritti Umani Aprodeh

(l’associazione referente in Peru’ di Amnesty International), ha affermato

che questa base militare fu utilizzata “come centro di reclusione, tortura,

arresti arbitrari ed esecuzioni extragiudiziali commesse durante la gestione

del capo politico militare Clemente Noel tra il 1982 ed il 1983”.


Tomas Infante, giudice specializzato nei diritti umani ha confermato che

almeno due delle persone sepolte nelle fosse comuni sono state uccise da

colpi di pistola esplosi a distanza minima.

Il Rapporto della commissione della Verità, pubblicato nel 2003 ha calcolato

che le vittime del conflitto interno degli anni ’80 e ’90 sono state piu’ di 69.000.

La maggior parte delle persone uccise (il 79%) era costituito da contadini poveri

(il 40% dei quali abitanti nella regione di Ayacucho). Gente povera che viveva nei

villaggi delle Ande o nella Selva, per lo piu’ di origine indigena (il 75% delle vittime

non parlava lo spagnolo come prima lingua).

Secondo le ricerche della Commissione, la responsabilita’ del 54,5% delle

vittime va suddivisa tra le forze di polizia, l’esercito e i comitati di autodifesa

(cioe’ le milizie contadine autoformatesi per difendersi dagli attacchi di

Sendero e ben presto inglobate nella strategia repressiva dello Stato),

mentre la responsabilita’ del 54% delle vittime ricade su Sendero Luminoso.

Un ultimo 1,5% delle vittime viene attribuito all’organizzazione guevarista

dei Tupacamaros che non sono pero’ accusati di violazioni estensive dei

diritti umani.

La Commissione nel suo Rapporto denuncia che l’obiettivo delle FFAA

fu quello di “terminare rapidamente il conflitto, senza tener conto del costo

in vite umane. Vollero recuperare il dominio del territorio supponendo che

la popolazione si divideva tra zone fedeli allo Stato e zone sovversive o rosse”.

Carlos Tapia, ex membro della Commissione della Verita’, ha raccomandato

alle Forze Armate di riconoscere le violazioni dei diritti umani compiute affinche’

il popolo possa recuperare fiducia nelle istituzioni militari e si inizi la riconciliazione.

Ha poi aggiunto che anche i politici dovrebbero fare un mea culpa poiche’ furono

responsanbili dell’operato delle forze armate.

Carlos Basombrio ha sottolineato che fino a che non si ammettera’ la verita’

questa riapparira’ di tanto in tanto come un fantasma cosi’ come accade in

Argentina e in Cile.


(fonti:

Rapporto della Commissione della Verita’

Peru 21, 10 dicembre

La Republica, 6 gennaio

El Comercio, La Republica, 7 gennaio

La Republica, Peru 21, El Comercio, 13 gennaio

Correo, La Republica, El Comercio, 14 gennaio)

 da:LATINOAMERICA




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18 dicembre 2004

HO ATTRAVERSATO LA FRONTIERA

Ho attraversato la frontiera carica di dignità
porto al fianco la bisacca piena di tante cose
di questa terra piovosa.
Porto i ricordi millenari di Patrocinio,
i sandali che sono nati con me
l'odore della primavera
l'odore dei muschi
le carezze dei campi di mais
e i gloriosi calli dell'infanzia.
Ho attraversato la frontiera amore
tornerò domani quando la mamma torturata
tesserà un altro guipil multicolore
quando il papà bruciato vivo si alzerà di nuovo presto
per salutare il sole dei quattro cantoni
della nostra casa.
Allora ci sarà cuxa per tutti, ci sarà incenso
le risate dei piccoli Indios, ci saranno allegre marimbas.
Accenderanno lumi in ogni casa, in ogni fiume
per lavare la grande pentola al mattini
Si accenderanno le torce, illumineranno le strade,
i dirupi, le rocce e i campi.


da Crucé la frontera, Rigoberta Menchù Tum


Rigoberta Menchù, colpevole di essere Maya
e i  Maya, oltre ad essere colpevoli di essere Maya,
colpevoli di vivere in una terra dove si son trovati
petrolio e pietre preziose.
"Mio fratello Patrocinio fu il primo a morire in famiglia,
nel 1979 e fu ciò che determinò l'impegno di papà e mamma
 per i desaparacidos...... si impegnava con i suoi coetanei
ed era particolarmente interessato ai programmi educativi
e religiosi. Ma come tanti giovani che tentavano di evitare
l'arruolamento forzato fu accusato di essere un guerrigliero.
Tutti torturati e bruciati vivi insieme a Patrocinio che
visse quindici giorni di torture...
...un altro fratello fu fucilato dai militari con il figlio di cinque
anni, per dare l'esempio al villaggio...
...mio padre è stato bruciato vivo in occasione dell'occupazione
dell'Ambasciata di Spagna in Guatemala, era il 31 gennaio 1980.
...mia madre è stata violentata e torturata, è morta dopo dodici
giorni. Il suo corpo, abbandonato nella boscaglia, è stato
divorato dagli animali...




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16 dicembre 2004

SCUOLA DI TORTURA NEGLI STATI UNITI

 

Washington. Decine di anni dopo le denunce dei movimenti di sinistra di tutto il mondo, gli Stati Uniti hanno ammesso che la famosa “Scuola delle Americhe” serviva per addestrare alla tortura, al ricatto e all’omicidio migliaia di militari latinoamericani.

Tra gli ex alunni della scuola figurano il maggiore Roberto D’Aubuisson, responsabile della creazione degli squadroni della morte nel Salvador, il generale Manuel Antonio Noriega, attualmente in stato di arresto per narcotraffico negli Stati Uniti, e il colonnello Julio Roberto Alpirez, accusato di innumerevoli omicidi di guerriglieri e loro presunti collaboratori in Guatemala, compreso quello di un cittadino nordamericano. Nell’arco dei sui cinquant’anni di esistenza, sono passate per quella istituzione migliaia di militari di undici Paesi del Centro e Sudamerica. La scuola è stata ospitata dalle basi nordamericane di Panama fino al suo trasferimento a Fort Benning, in Georgia, nel 1984.

(El Pais)

 

La notizia è vecchia ma sempre attuale,
ribadiamo il nostro non essere precon-
cettamente antistatunitensi ma, fino a
quando si ergeranno a moralizzatori del
mondo, fautori delle guerre preventive
ed “esportatori” di democrazie in armi e
fino a quando sara legale l’omicidio di
stato, ricercheremo e pubblicheremo
queste informazioni.




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6 dicembre 2004

AMERICA LATINA

Si riparte con il nostro viaggio in America Latina, ormai fermo da troppo tempo.

Cercheremo di analizzare, nel modo più obiettivo possibile, questo continente desaparecido, come recita il titolo di uno stupendo libro di Gianni Minà, dal Messico all’Argentina, cercando di capire come si è potuti arrivare alla drammatica situazione attuale, nessun Paese escluso.

Ripercorreremo la storia del secolo scorso soffermandoci maggiormente su quella degli ultimi 50/60 anni.

Partiremo dal Guatemala, senza nessuno specifico motivo, e per prologo riportiamo l’editoriale di Gianni Minà al n°88 della rivista “Latinoamerica”


LE FOSSE COMUNI DI UN PAESE STRATEGICO PER GLI STATI UNITI,

E PER QUESTO MAI CONDANNATO PER VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI


Dall’anno scorso alcuni medici patologi, per incarico dell’Onu, stanno svolgendo in Guatemala, nelle tante fosse comuni con cui la dittatura militare ha sfregiato il Paese, il pesante lavoro di identificazione dei resti delle migliaia di persone uccise nel genocidio degli anni Ottanta e che si è protratto fino all’inizio degli anni Novanta.

Non è stato un lavoro facile in un paese dove i militari, braccio armato delle quattordici famiglie che controllano ancora il 48% della ricchezza della nazione, continuano a vessare la vita dei discendenti della grande civiltà Maya, nell’assoluto disinteresse del mondo per il quale il Guatemala è ormai una democrazia solo perché si vota. Molti degli scienziati venuti per questo impegno di elementare civiltà, sono stati minacciati perché i loro rilievi ricostruivano, poco a poco, la mappa delle violenze perpetrate contro una popolazione pacifica ma fiera, che non ci stava a farsi cacciare dalle proprie terre millenarie, ambite perché nascondevano minerali strategici. Alcuni di questi studiosi hanno lasciato il Paese, ma molti sono rimasti, sostenuti anche dall’esempio di una donna intrepida come Rigoberta Menchù, Nobel per la pace 1992, che a Chimel, nella provincia del Quichè, ha avuto la famiglia sterminata in quello che è stato il penultimo genocidio, prima di quello del Ruanda, del secolo che si è appena concluso. Il processo per la strage di Xaman, sul quale in questo numero di Latinoamerica Dante Liano fa una riflessione e che per la prima volta si è concluso con la condanna di alcuni militari, ha segnato un’inversione di rotta  nell’ordinaria prepotenza che pochi impongono ancora a molti in questo paese martoriato.

Livio Senigalliesi, reporter per immagini da tempo impegnato a denunciare storie offensive per l’umanità, ha accompagnato Rigoberta Menchù, tuttora alla ricerca delle ossa dei propri morti, in uno dei tremila cimiteri clandestini che hanno segnato la storia recente del Paese, mai condannato, anche negli anni dell’orrore, per violazione dei diritti umani.

Le immagini di Senigalliesi illustrano in questo numero 88 di Latinoamerica e con la loro testimonianza crudele chiedono ragione al mondo dell’impunità che ha protetto gli autori di questi sfregi all’etica dei popoli solo perché la terra dei Maya era ed è un territorio strategico agli interessi delle multinazionali nordamericane come la United Fruits, e per la stessa politica economica degli Stati Uniti in America Latina.

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

 



 




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16 settembre 2004

ARCIVESCOVO ROMERO

LEGGO E RIMANDO,

UN PICCOLO SPIRAGLIO DI LUCE.

 

EL SALVADOR : CORTE CALIFORNIANA EMETTE CONDANNA PER

OMICIDIO ARCIVESCOVO ROMERO


Un tribunale civile della California ha riconosciuto colpevole dell'omicidio dell'arcivescovo

Oscar Arnulfo Romero un ex-capitano delle forze militari salvadoregne. Il giudice federale

della città di Fresno, Oliver Wagner, ha considerato convincenti le prove contro Alvaro

Rafael Saravia, capitano dell'aviazione del Salvador e braccio destro di Roberto

D'Aubuisson, il defunto capo dei famigerati 'squadroni della morte' salvadoregni.

Il magistrato, che ha definito l'assassino dell'arcivescovo Romero un "crimine contro

l'umanità", ha condannato Saravia a versare complessivamente 10 milioni di dollari

per danni di cui 2,5 come risarcimento a un parente del religioso, che ha voluto

rimanere anonimo per ragioni di sicurezza. Il procedimento legale era stato avviato

dal 'Center for justice and accountability' di San Francisco, un'associazione per

la tutela dei diritti umani, a nome del familiare di Romero, grazie a una normativa

statunitense del XVIII secolo. Secondo dati recenti Savaria, trasferitosi negli Usa,

viveva fino a poco tempo fa con moglie e due figli nella città californiana di Modesto,

ma attualmente se ne sono perse le tracce. Matthew Eisenbrand, avvocato del

Centro che ha presentato la denuncia, sottolinea che la sentenza oltre ad avere

una forte valenza simbolica fornisce all'ufficio immigrazione statunitense gli

estremi legali per espellere Saravia dagli Stati Uniti; inoltre, fatto altrettanto importante,

il verdetto fa in modo che gli Usa "smettano di essere un rifugio sicuro per i responsabili

di questi orrendi crimini". Monsignor Romero fu assassinato il 24 marzo 1980 da un

commando di estrema destra mentre officiava messa nella cattedrale della capitale

salvadoregna. Il religioso era divenuto la voce dei più deboli e degli oppressi durante

la violenta crisi salvadoregna, scoppiata alla fine degli Anni '70 e proseguita fino

al 1992; in particolare Romero denunciava le violenze dei militari e degli 'squadroni

della morte' contro la popolazione civile. Nei 25 anni successivi alla morte dell'arcivescovo

la giustizia salvadoregna si è dimostrata inefficace nel ricercare i colpevoli;

nel 2000 un pronunciamento della Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh),

organismo dell'Organizzazione degli Stati Americani (Oea), ha affermato che "lo Stato

salvadoregno ha mancato al suo dovere di investigare in forma diligente ed efficace,

così come a quello di processare e assicurare alla giustizia i responsabili, attraverso

un processo imparziale e obiettivo, come esige la Convenzione Americana".


fonte: MISNA

Lo staff di Latinoamerica




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28 luglio 2004

FMI E AMERICA LATINA 2

(...)Ciononostante, il bailout al Brasile è stato sostenuto con forza dall'amministrazione

Bush, come anche il pacchetto di salvataggio all'Uruguay, mentre si frenava l'intervento

in Argentina. Il paradosso si spiega ad uno sguardo più attento. Tra le banche più esposte

alla crisi brasiliana vi erano due tra i principali finanziatori della campagna elettorale del

presidente Bush, la Citigroup e la FleetBoston, che avrebbero perso circa 20 miliardi

di dollari in caso di default del Brasile. Queste due banche e la JP Morgan Chase

erano di gran lunga più esposte verso il Brasile che verso l'Argentina. Lo stesso vale

per la General Motors. Pertanto, come afferma l'organizzazione Jubilee Reserch,

il prestito del Fondo più che essere un aiuto al Brasile si è dimostrato un'ancora

di salvezza per gli interessi statunitensi. Infatti, all'annuncio della concessione del

prestito dell'FMI i titoli di Citigroup e FleetBoston schizzarono verso l'alto, aumentando

del 6% nonostante la grave situazione finanziaria dei due istituti di credito.(...)

 

da Limes 4/2003, "Senza il Fondo chi starà fuori dal mondo?" di Francesco Martone




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20 luglio 2004

FMI e AMERICA LATINA

Con il pretesto di una fantomatica stabilizzazione monetaria l'FMI,

che interessatamente confonde la febbre con la malattia, e l'inflazione

con la crisi delle strutture, impone all'America Latina una politica che

inasprisce gli squilibri invece di attenuarli.(...) Ma le ricette dell'FMI

non sono fallite solo per quanto concerne la stabilizzazione e lo sviluppo;

hanno anche aumentato la miseria delle grandi masse spoliate mettendo a nudo,

sangue vivo, le tensioni sociali, ed hanno accelerato il ritmo della denazionalizzazione

economica e finanziaria all'insegna dei sacri comandamenti dettati dalla libertà di

commercio, dalla libertà di concorrenza e dalla libertà di movimento di capitali.(...)

Da quando nel 1954 il Cile ha accolto la prima delle sue missioni, i consigli dell'FMI

sono dilagati in tutta la regione, e oggi la maggior parte dei governi segue ciecamente

le loro indicazioni.

Eduardo Galeano, 1994 da "Le vene aperte dell'America Latina

 

In questi dieci anni le cose sono nettamente peggiorate........




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19 luglio 2004

SUDAMERICA

Narrano i diari di bordo delle navi che per prime approdarono sulle coste

dell'attuale Brasile, nel luogo dove oggi sorge Rio de Janeiro, poco dopo il 1500,

che i marinai rimasero stupefatti dalle popolazioni indigene che li guardavano

dalla riva. Rimasero ammaliati dai lunghi capelli lisci e neri, dal fatto che non

avessero peluria su tutto il corpo e dal fatto che fossero "impudicamente"

completamente nudi.

Dall'altra parte, una tradizione orale tramandata nei secoli, racconta lo stesso

incontro. Gli abitanti di quelle terre, osservando quegli uomini su quelle grosse

barche, notarono che questi erano pieni di peli nel viso ma sopratutto fecero caso

al fatto che erano completamente coperti di vesti che nascondevano il loro corpo,

e chi copre il proprio corpo ha sicuramente qualcosa da nascondere,

nel fisico e nell'anima!




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